Nove precari sospesi da un ente regionale

(...) sei giorni su sette in ufficio, chiusi in nove in una stanza con quattro pc e sei sedie, a guardarsi in faccia e senza poter fare nulla. Il tutto per la bellezza di 740 euro di «stipendio», a patto di lavorare, o meglio, di presentarsi in Agenzia, ventisei giorni al mese. Con la crescente convinzione che l’assunzione definitiva, prevista per regolamento al termine dei due anni di progetto per almeno tre quinti dei contrattisti, sta diventando via via una chimera.
Storia interessante di diritti calpestati, questa, che vede nove precari tra i 21 e i 44 anni vessati sistematicamente, da otto mesi, all’interno di una struttura regionale che per colmo di beffa cura la promozione occupazionale. Il tutto nell’assoluta indifferenza della giunta dell’ex teledifensore civico Piero Marrazzo, che pure in campagna elettorale si era molto speso contro il precariato e a favore dei diritti dei lavoratori. A parole.
Quanto ai fatti, il presidente della Regione non ha mai voluto incontrare i nove «cantieristi» dell’Agenzia Lazio Lavoro, nonostante le numerose richieste, anche formali, avanzate dai «mobbizzati» al suo capo segreteria, Adelfo Luciani. Eppure secondo il regolamento di questo progetto di formazione spetta proprio al presidente della Regione intervenire se l’ente non rispetta i patti. L’assessora regionale al Lavoro, Alessandra Tibaldi, la cui appartenenza a Rifondazione comunista era sembrata una garanzia ad Alessandro, Alessia, Anna, Arianna, Carlo, Giorgia, Marco, Pierluigi e Roberta, almeno li ha incontrati. Ma dal colloquio non è uscito nulla di buono, «se non la convinzione - racconta al telefono rassegnata una dei precari - che la Tibaldi sapeva poco o niente della nostra situazione, e non è sembrata interessata a saperne di più». Per capire come mai i diritti di questi nove non sembrano scaldare i cuori progressisti dell’amministrazione regionale può servire ascoltare i loro racconti. Che partono dalla «proclamazione» della graduatoria che i ragazzi hanno vinto. Era il 18 aprile e la Giunta Storace stava per passare le consegne a Piero Marrazzo e alla sua squadra. «Strano a dirsi - raccontano - ma è chiaro che siamo stati visti come un’eredità della vecchia giunta, anche se siamo qui grazie a un concorso, mica per nomina politica». Eppure non sono mai stati amati. «Il bando - proseguono - aveva assegnato a ognuno di noi un referente tra i 60 dipendenti dell’Agenzia che avrebbero dovuto essere i responsabili della formazione. Quasi tutti si sono esplicitamente rifiutati di affiancarci, dimenticandoci nell’unica stanza messa a nostra disposizione, dove ci hanno parcheggiati e abbandonati». Una situazione paradossale, sfociata in un esposto per mobbing all’ispettorato del lavoro. E in decine di lettere e di richieste di incontro con Marrazzo. «Abbiamo parlato solo con il capo segreteria, Luciani, Ma per il regolamento del progetto, se l’Agenzia è inadempiente con l’obbligo di formazione, spetta proprio al presidente attivare il potere sostitutivo, revocando peraltro il finanziamento che la “All” ha incassato dalla Regione per prendere in carico noi cantieristi. Ovviamente l’abbiamo fatto presente a Marrazzo, chiedendogli di intervenire». Ma la risposta, manco a dirlo, non è mai arrivata. La sospensione dal lavoro, invece, sì.