Novecento: fa bene ai pittori l’aria della Laguna

Da Boccioni a Vedova, il complesso rapporto fra Venezia e gli artisti del secolo ventesimo

Il ventesimo secolo si apre con una dichiarazione di guerra a Venezia. La firmano i futuristi, che nell’aprile 1910 diffondono un manifesto Contro Venezia passatista, «calamita dell’imbecillità universale, letto sfondato da carovane di amanti, cloaca massima». Due mesi dopo, al Teatro della Fenice, Marinetti rincara la dose, accusando i veneziani di essere «camerieri d'albergo, ciceroni, lenoni, frodatori, plagiari». I futuristi non sono i soli a prendersela con la Serenissima. Anche Thomas Mann, che nel 1912 fa uscire Morte a Venezia, non le fa una bella pubblicità. Ma Venezia, vituperata come simbolo, è in realtà molto amata dagli artisti del Novecento, che vi soggiornano, la dipingono e, se ci sono nati, si guardano bene dall’abbandonarla. Lo dimostra la vasta rassegna «Venezia ’900. Da Boccioni a Vedova», in corso fino all’8 aprile a Treviso, alla Casa dei Carraresi, a cura di Giuseppe Ravanello e Nico Stringa. La mostra è accompagnata da un solido catalogo Marsilio, con molti saggi, tra cui citiamo almeno quelli dello stesso Stringa (Gino Rossi, Martini, Vedova), di Virginia Baradel (che ha indagato sulla presenza di Boccioni a Padova, trovando diversi nuovi dati), Flavia Scotton, Sileno Salvagnini, Laura Lorenzoni.
«Venezia ’900» ricapitola le vicende dell’arte in Laguna dall’inizio alla fine del secolo. Si inizia con un omaggio a Boccioni, che proprio a Venezia tenne nel 1910 la sua prima personale. Sua, tra l'altro, è la Veduta del Canal Grande (1910), manifesto della rassegna, in cui l’artista, pur adottando una tecnica ancora divisionista e una prospettiva sostanzialmente classica, rivela già tutta l’irrequietezza che lo agita. Del Canal Grande non sceglie gli scorci di solito prediletti dai pittori, preferisce un punto più anonimo, dove le case sullo sfondo, se non si specchiassero nell’acqua, potrebbero sembrare quelle di una città qualsiasi, e lo vivacizza con un’angolatura obliqua, instabile, dinamica.
La mostra prosegue gettando uno sguardo su quello straordinario laboratorio che fu Ca’ Pesaro, dove dal 1908 allo scoppio della guerra, grazie a un direttore come Nino Barbantini, esposero tutti gli artisti più vivaci delle nuove generazioni, da Gino Rossi (a cui è dedicato un omaggio) a Martini a Boccioni stesso. Subito dopo si incontra la sezione del realismo magico, dove spiccano Cagnaccio di San Pietro e Oppi: l’uno segnato da un’asprezza metallica vicina alla Nuova Oggettività tedesca; l’altro venato di echi classici. Non poteva mancare una sezione dedicata a De Pisis: non solo perché il Marchesino Pittore si trasferì in Laguna nel 1943 e vi si fermò alcuni anni, ma soprattutto perché «veneziano» fu sempre, per la leggerezza della sua pittura. Lunghi rapporti con Venezia ebbe anche Arturo Martini, che agli inizi del secolo vi studiò con una borsa di studio presso lo scultore Urbano Nono, facendo il pendolare da Treviso. A Venezia Martini si trasferirà, da Milano, nel 1942, questa volta per insegnare in Accademia, anche se la cattedra di scultura gli verrà tolta nel 1945 con un sommario processo di epurazione.
La mostra compie anche un breve excursus, per segni emblematici, sugli infiniti artisti internazionali, da Modigliani a Pollock, che sono transitati dalla Serenissima grazie alla Biennale. Col Fronte Nuovo delle Arti e lo spazialismo la mostra si inoltra infine nelle ricerche del dopoguerra, per concludersi con Vedova, scomparso poco tempo dopo l’inaugurazione della rassegna. E forse nessuno immaginava che quell’omaggio sarebbe diventato, in realtà, la sua prima mostra postuma.