Il Novecento di Ficara non è ancora finito

«Prosa d'applicazione, successiva alla prosa “originaria” dello scrittore, quella del critico in effetti esiste perché l'altro esista di più». Così Giorgio Ficara in questo Stile Novecento (Marsilio, pagg. 242, euro 20) a proposito di Cesare Garboli, in uno dei 29 saggi che compongono il volume; ma così, in controluce, anche Ficara stesso, in una sua autobiografia di critico. Stile Novecento parte da una premessa di ammirevole concisione, firmata alla Ucla nel febbraio scorso: il Novecento non è ancora finito, «non ha affatto esaurito i suoi argomenti, i suoi impulsi». A dimostrarlo, Giorgio Ficara svolge la sua ricognizione con uguale disinvoltura dalla prosa alla poesia fino alla critica letteraria.
A prima lettura, sono proprio i ritratti di critici a lasciare il segno. Mario Praz, Francesco De Sanctis, Giacomo Debenedetti, Giovanni Getto, appunto Garboli sono, non che soltanto punti di riferimenti, compagni di viaggio per Ficara che li racconta a partire da dettagli di cui soltanto lui, in apparenza, conosce l'autentico valore. In questo senso, il folgorante incipit sul “tema della casa” nelle Letture manzoniane di Getto; la «narrazione come infallibile mezzo grimaldello critico» nei saggi letterari di De Sanctis; anche e forse soprattutto il ritratto di Praz, che «detesta la purezza, l'insufficienza delle definizioni astratte, e continuamente umilia le sue stesse definizioni e astrazioni con la splendida bardatura dell'erudizione, della divagazione, della didascalia, del capriccio».
Sarà difficile che un intellettuale schivo come Giorgio Ficara l'ammetta, ma queste parole sono un autoritratto dell'autore che più sincero non si sarebbe potuto immaginare - come spiegare altrimenti rimandi inconsueti come quello alle Ideas sobre la novela di Ortega y Gasset? Sembra però centrale, in questo libro, anche come collocazione, il saggio su Mario Soldati. Ficara ne ha condiviso l'educazione dai Gesuiti.
Difficile, anzi inutile, stabilire dove finisca Giorgio Ficara critico e dove inizi il narratore. Le chiavi d'accesso a questa scrittura così gioiosa, così inusuale sono disseminate, con finezza appunto gesuitica, qui e là nei saggi. Le prime due pagine sul saggio dedicato a Calvino («Per Italo Calvino»: un titolo di programmatica discrezione) racconta, nelle due pagine iniziali, di «un vecchio, Luigin Arata, che viveva sui monti di lecci alle spalle di San Lorenzo della Costa (...) uomo attivo ed economo».
Non c'è esibizione di metodo, nemmeno ostentazione di buon gusto: in Ficara, come in certi fuoriclasse dello sport, tutto sembra naturale, facile, alla portata. Con aria di non parere, Stile Novecento si avvia a diventare presto un classico - anche se per fortuna non si sa di quale genere.