«Novi stava risanando il porto contro gli interessi di qualcuno»

La Ragioneria dello Stato promuove la gestione finita nel mirino dei giudici

(...) Soprattutto negli ultimi anni di gestione l'ente si è dato una chiara impronta manageriale, introducendo fattori organizzativi, che hanno favorito una maggiore funzionalità ed efficienza dei suoi uffici amministrativi e tecnici, con conseguente maggiore incidenza ed efficacia dell'azione amministrativa nel suo complesso. Il passaggio dalla vecchia concezione burocratica alla nuova mentalità di tipo manageriale ha comportato, comunque, un travaglio che non è ancora terminato». Parola della Ragioneria generale dello Stato. Parola data dopo aver passato al setaccio la gestione dell’Autorità portuale di Genova sotto la gestione di Giovanni Novi. Sì, proprio la gestione sotto inchiesta, l’amministrazione che secondo i magistrati sarebbe uno scandalo della città, il paradigma della corruzione. Gli esperti della Ragioneria generale dello Stato dicono che Novi è piuttosto un esempio da seguire.
L’indagine del ministero dell’Economia e della Finanza, eseguita dal pool coordinato da Oreste Malatesta, prende in esame diverse criticità del porto di Genova. E non risparmia i punti dolenti. Ma in ogni scheda non può fare a meno di osservare che la situazione è sempre migliorata con la gestione Novi. Ad esempio, parlando degli aspetti organizzativi, il personale in esubero e l’autorizzazione al lavoro temporaneo, viene segnalata la mancata attuazione di aspetti non secondari della legge 28 gennaio 1994 sul riordino della legislazione in materia portuale. E i due gruppi di lavoratori portuali, i carbunin della Pietro Chiesa e i camalli della Culmv, operano in banchina prive di autorizzazione valida, perché l'autorizzazione a fornire lavoro temporaneo rilasciata dall'allora presidente Giuliano Gallanti, non sarebbe valida. L’evidenziata irregolarità della Culmv di Paride Batini, tra i più fermi difensori di Giovanni Novi, è un’ulteriore garanzia di come la Ragioneria generale dello Stato non abbia certo preso posizione a favore di qualche protagonista della guerra delle banchine arrivata a palazzo di giustizia.
Ma nella relazione, i punti a favore della correttezza dell’operato di Novi sono diversi. Parlando di controllo della finanza e riordino partecipazioni societarie, viene evidenziato che l’Autorità portuale si è data una serie di strumenti che le permettono la piena conoscenza e una conseguente maggiore capacità nel governare i fenomeni di natura finanziaria e patrimoniale. Altro che impicci sottobanco. Sgombro da dubbi di sorta, secondo la ragioneria dello Stato, è anche l'esame delle principali gare previste dal programma triennale, che non ha evidenziato aspetti critici. Soldi sporchi? Affari loschi? Nessuno. Anzi semmai, l'indagine ha riscontrato che prima della presidenza di Novi erano stati affidati senza gara i servizi di pulizia e di smaltimento rifiuti e la stazione marittima.
Dolenti note arrivano piuttosto dalle entrate, dalle riscossioni dei canoni. Dolenti note perché da sempre rappresentano il buco nero nei conti dell’Autorità portuale che però, all’ottobre 2007, avevano fatto registrare un netto aumento delle entrate, avvicinando il 100 per cento della riscossione dei soldi dovuti. Alcuni operatori, sottolinea la relazione della Ragioneria, ancora non pagano, ma Novi ha dichiarato guerra ai debitori. Non a caso l’Autorità portuale aveva richiesto l'intervento della procura per fare chiarezza su possibili casi di occupazione abusiva di aree demaniali da parte di subconcessionari. E Novi ha adottato provvedimenti che hanno introdotto prassi e metodologie finalizzati a razionalizzare l'organizzazione dell'ente e a rendere più trasparente, oltre che più efficace la sua azione amministrativa. Una decisione difficile, quella del presidente, visto che la stessa Ragioneria dà atto di alcune vertenze sorte con i principali concessionari operanti sul porto. Vere e proprie liti che potrebbero aver avuto un ruolo determinante sull’apertura dell’inchiesta della procura contro Novi. Quell’inchiesta che ha portato, tra le altre conseguenze pratiche, anche al sequestro del terminal al quale attraccavano i traghetti della Tirrenia. Che da quel momento, rifiutando le offerte della «nuova» Autorità portuale di utilizzare ogni volta una banchina diversa, non hanno più fatto scalo a Genova, dove lavorano (o meglio per ora prendono solo lo stipendio sperando che non arrivi la lettera di licenziamento) 93 dipendenti della compagnia. Un dato che per motivi cronologici non può essere stato registrato dalla Ragioneria dello Stato, ma che non è certo inserito neppure tra le carte della procura che indaga sul «sistema-Novi». Quel sistema proposto a modello dagli «giudici» specializzati.