La novità Negroni Suona Bach ma in chiave jazz

Franco Fayenz

da Ravello

In questa piccola Salisburgo italiana votata alla musica, può accadere in un mattino d’estate che nella frescura dell’incantevole parco di Villa Rufolo si tenga un singolare concerto di pianoforte solo. Il protagonista è Carlo Negroni, noto quanto meno come pregevole interprete bachiano. E infatti il concerto, del quale non viene consegnato il programma (che non c’è, e si capirà presto il motivo) comincia con un Preludio dal Clavicembalo ben temperato. Si apprezzano subito la tecnica perfetta, il bel tocco e il fraseggio impeccabile di Negroni. Ma che succede? A un certo punto la melodia sembra deviare mentre il ritmo incalzante cambia (ma di poco) e compaiono in filigrana le note familiari di uno standard del jazz, My funny Valentine. Negroni adesso improvvisa e quasi ci scherza sopra, poi torna al Preludio.
Non concede soluzioni di continuità e passa ad altro, mentre fra i pini marittimi si avverte l’ombra immensa di Friedrich Gulda. Ma Gulda faceva qualcosa di diverso. Scandalizzava «les bourgeois» improvvisando sul suo Mozart, però non cambiava il linguaggio, non mixava. Faceva a parte un jazz suo, talvolta fitto di echi classici, ma jazz. Erano così perfino i suoi bozzetti più belli, Aria e Fur Paul. Con Negroni si ha perciò l’impressione splendida dell’inedito, o comunque di qualcosa di importante che non si conosce per disinformazione.
Negroni prosegue per cinquanta minuti utilizzando somiglianze tematiche, rapporti di tonalità e similitudini armoniche. Un altro Preludio diventa Django di John Lewis, un altro ancora All Blues di Miles Davis o addirittura Honky Tonky Train Blues di Meade Lux Lewis, un celebre brano di jazz tradizionale, dopo di che il tema bachiano di partenza ricompare in primo piano. Grandi applausi sorpresi e felici (ma qualcuno è scappato inorridito). Il pianista concede un bis di puro jazz abbandonandosi agli aspri intervalli di Round Midnight di Thelonious Monk. Altri applausi clamorosi.
Parliamone, dunque. Carlo Negroni si diploma al Conservatorio di S. Cecilia in Roma con Sergio Perticaroli, poi gli viene offerta una borsa di studio presso la North Carolina School of Arts dove inizia il suo rapporto con la musica degli Stati Uniti. In seguito tiene concerti, vince premi, insegna al Conservatorio di Frosinone - di gran lunga uno dei più «progressivi d’Italia» - e dirige seminari e master class negli Stati Uniti e in Sudamerica. Ascolta con ammirazione i Soft Machine: il suo innato spirito di provocazione viene sollecitato a mixare classica e jazz nei concerti. «Non è poi così difficile» spiega. «Si ascolti il preludio n. 24 del Clavicembalo ben temperato, libro secondo. Basta un accenno di pronuncia jazzy per ottenere quello che gli americani chiamano “walking bass”». Dall’anno scorso Negroni è titolare a Frosinone anche dei corsi per la laurea in jazz, pianoforte moderno, è improvvisazione e «instant composition». Nel prossimo autunno sarà pronto un cd con una sua partitura per trio jazz di pianoforte, contrabbasso e batteria più orchestra d’archi.
Dovunque vi succeda di imbattervi in un concerto di Negroni, non perdetelo.