Le nozze Aem-Asm e Atm-Gtt Così la Moratti mette fine al «socialismo municipale»

La fusione tra Aem di Milano e Asm di Brescia, con la formazione mesi fa di una supersocietà di servizi energetici e non solo (la A2A), ha costituito un avvenimento di prima importanza. Oggi l’annuncio di un’integrazione tra l’Atm, azienda dei trasporti, sempre di Milano e la parallela Gtt di Torino, prospetta il decollo di un altro fatto economico rilevante. Due episodi significativi in sé. Che però, collegati nella loro logica, diventano un racconto. Il racconto di come Milano si è rimessa in movimento, senza gelosie né politiche (la differenza di «colore» tra giunte non ha contato) né municipali: la metropoli lombarda ha «peso» superiore alla città della Leonessa o alla capitale piemontese. Ma Letizia Moratti non ha cercato supremazie, bensí funzionalità e progressione di una logica di mercato. Le operazioni seguono il lavoro di privatizzazione impostato da Gabriele Albertini, ma si danno obiettivi ancora più ambiziosi.
Il vero problema dello sviluppo italiano non è industriale. Le nostre multinazionali tascabili si sono ristrutturate - anche grazie al governo Berlusconi - e sono tornate a esportare alla grande. Il nostro vero buco nero è nei servizi di tipo avanzato. Le aziende a cui la Moratti ha contribuito a dare nuovi orizzonti hanno accumulato in una storia gloriosa e secolare capacità decisive: figlie del riformismo padano sono cresciute lungo il Novecento. Ora possono affrontare una nuova fase, mantenendo logica da public company e interlocuzione dialettica con la matrice generatrice (il Comune), ma assumendo un ruolo aggressivo nel mercato dei servizi energetici e trasportistici, e arricchendo così qualitativamente il nostro sviluppo.
I soloni del piccolo establishment italiano hanno predicato in lungo e in largo contro la crescita del cosiddetto socialismo municipale, cioè l’estensione del potere pubblico locale che stava sostituendo man mano quello statale e nazionale. In questo caso le prediche erano ben indirizzate. Colpisce, però, che quando un amministratore si mette a fare sul serio contro il socialismo municipale, l’infinito vocìo si quieti e nessuno riconosca i meriti di chi si è posto in cammino. Il che è un bel danno per chi prende l’iniziativa: smantellare una proprietà pubblica significa scontrarsi contro miriadi di interessi dai politici con le mani in pasta ai mercati paralleli intorno alle singole entità. All’utenza che può trovarsi di fronte a tensioni. Una persona avveduta saprebbe che è necessario combinare la fermezza nelle critiche al neomunicipalismo con le lodi per chi ne indica la via di uscita. Ahimè, però, nel nostro Paese molte delle considerazioni soloneggianti non sono che la copertura per altro. Brava, la Moratti che ha proceduto, anche senza troppo tifo alle spalle.