«Le nozze dei piccolo borghesi» D’Elia farsesco col giovane Brecht

Il testo surreale dello scrittore tedesco fra ipnotiche falsità e leggi non scritte

Sergio Rame

Erano i tempi in cui Bertolt Brecht andava a cantare le sue poesie nelle Stuben di Monaco. Qui il giovane scrittore aveva iniziato, da poco tempo, gli studi di medicina. Ed è stato proprio durante una di queste serate che Brecht cadde accidentalmente nella surreale conversazione di una coppia: al centro del racconto, l’esilarante e agghiacciante storia di un interminabile matrimonio cui avevano assistito. Da questo aneddoto prendeva vita Le nozze dei piccolo borghesi.
In questa divertente farsa giovanile dai toni impietosamente grotteschi, ospite in questi giorni del Teatro Libero, nove personaggi, complici l’ebbrezza del vino e l’euforia del ballo, portano in scena piccanti retroscena e vergognose ipocrisie familiari che ogni giorno colorano la vita di ogni uomo. Accompagnati dal ritmato incedere delle portate, fanno a pezzi un muro di ipnotiche falsità e silenziose leggi non scritte che costituiscono i diktat del vivere piccolo borghese.
«Oggi la borghesia non esiste più - spiega il regista Corrado d’Elia - ma si è allargata ed è stata sostituita dalla classe media: è gente che si irrita perché al matrimonio è stato invitato anche il figlio del portinaio». La forte tensione alla rivolta, che accompagnerà tutti gli scritti di Bertolt Brecht, è già presente per prendere colore dalla vitalità comica e dalla forza espressiva dello scrittore di Augusta.
Interminabili festeggiamenti e pompose ritualità danno modo all’autore di svelare le ridicole vanità della piccola borghesia, la sua superficialità e il perverso gioco profondamente legato alle false apparenze sociali.
Il progressivo distruggersi dell’arredamento «di produzione casalinga» accompagna lo sgretolarsi del comune borghese decoro. Con il passare inevitabile del tempo i protagonisti svelano al loro pubblico i lati più meschini e falsi della realtà piccolo borghese e quanto l’anima degli oggetti partecipi all’inevitabile sfacelo generale. Senza alcuna pietà appare a tutti chiaro un concetto ineludibile: ogni cosa è destinata a finire. Un senso di vana impotenza inizia a scorrere - quasi fosse un brivido - nelle schiene degli attori che, senza che nessuno se ne sia accorto, sono diventati specchio del pubblico presente a teatro.
Nella pièce (all’inizio apparentemente lineare) Brecht fa comparire tutt'un tratto un segnale inquietante: man mano che il quadro intenzionale si va componendo, diventa sempre più forte la sensazione che i personaggi non siano completamente liberi, ma prigionieri delle loro stesse relazioni-finzioni.
Costretti in una stanza nera, legati all’inizio da fili come marionette, i personaggi sembrano imprigionati nel loro ruolo: dal soffitto della stanza piovono oggetti e suoni che modificano, di volta in volta, lo spazio trasformando la stanza stessa nel vero protagonista di questa commedia grottesca.
Le azioni sembrano, così, essere pilotate da un demiurgo sconosciuto e incomprensibile, al volere del quale le ristrette menti dei piccolo borghesi si assoggettano senza porsi domande. I protagonisti diventano burattini che, non potendo in alcun modo uscire dalla scena, sono costretti diventare pubblico. Il loro spazio è un non-spazio all’interno della stanza, scatola nera soggetta anch’essa alla medesima sorte di luogo sospeso.