Nozze gay per Giada Curti e lo Ied presenta le suggestioni del Santasangre

La stilista romana fa un omaggio all'artista Tamara de Lempicka nella sfilata sulla rampa Mignanelli. E nel cortile di Palazzo Spada l'Istituto europeo di design presenta suggestioni di moda, luci e suoni.

Il matrimonio gay si celebra sulle passerelle dell'alta moda romana.
É una donna, la stilista Giada Curti, che fa scendere sulla Rampa Mignanelli accanto a di Trinità de' Monti, due modelle in abito da sposa, che rappresentano la coppia omosessuale.
La collezione è un tributo a Tamara de Lempicka, l'artista russa degli anni Trenta dagli amori burrascosi e dalla bisessualità dichiarata.
La sfilata sulla scalinata , proprio lì dove si affaccia l'atelier della Curti, rievoca lo stile Deco interpretato dall'affascinante personaggio, celebrato recentemente in una mostra al Museo del Vittoriano.
Satin, douchesse e organza nelle nuance del verde salvia, marrone cacao, viola e dell'immancabile nero, danno vita a venti abiti da sera.
La stilista romana gioca con il tulle, lo ricama con pizzi francesi, cristalli swarovski e pietre dure, lo intarsia di crine e rouches, crea drappeggi, volumi, trasparenze seducenti.
E nel finale la sua sposa manifesta voglia d'indipendenza e rifiuto di ogni clichè, rocordando con il pizzo bianco avorio le prime nozze gay , celebrate a New York lo scorso 25 giugno.
«La moda è donna sempre» - commenta la Curti -. Non teme pregiudizi, nè può essere vittima di allusioni equivoche. È portavoce di libera femminilità«.
Tra le ospiti Paola Concia e la sua compagna Ricarda Trautman .«La moda - dice la parlamentare del Pd - registra i cambiamenti della società più della politica, che li dovrebbe governare. Il Palazzo è chiuso a certi argomenti».
Dopo la sfilata della Curti, chiude la giornata quella, nel cortile del bellissimo Palazzo Spada, dell'Istituto europeo del design, che svela la moda attraverso le suggestioni di luce dei Santasangre..
Tra gli austeri marmi barocchi, un tripudio di suoni, luci, movenze di figure umane che sorgono dall'ombra e si addentrano nel caleidoscopio dello spettacolo.
Al centro, capi morbidi e destrutturati, sovrapposti, che vengono gradualmente abbandonati in un desiderio di nuovo.
Giochi di luce e di suoni decorano il cortile e parlano di questo desiderio di rinnovamento, in cui l'abito non è inteso come oggetto di consumo, ma come strumento di comunicazione.
Nella scena finale dello spettacolo, una figura esile, leggera ma celata da mille strati di candido biancore, attraversa con lentezza e solennità il cortile, spogliandosi gradualmente del superfluo per mostrare, alla fine il corpo apparentemente nudo, vestito solo da segni di luce colorati.