Nozze gay, meglio Poli di Prodi

Posso immaginare la smorfia sul volto di Pier Paolo Pasolini, già segnato e impenetrabile, o su quello, pronto a declinare verso il beffardo, di Luchino Visconti, per questa affannosa corsa ai Pacs con la condiscendenza di illuminati spiriti di centrodestra. Ma la battaglia è soprattutto di sinistra e non manca di stupire vecchi militanti come Bruno Enriotti, direttore della Fondazione Memoria della Deportazione che non vogliono credere che la sinistra si caratterizzi per queste battaglie civili. «Un tempo l'Unità si occupava di operai, oggi di gay».
Di fronte all'insensatezza di queste richieste di legittimazione familiare, debole è la linea della resistenza; eppure dovrebbe essere favorita dalla sempre più frequente dissoluzione dei matrimoni, spesso contratti con leggerezza consumistica dopo l'introduzione del divorzio, e la sofisticata concorrenza delle cause di nullità per i matrimoni religiosi. La labilità, e spesso l'inconsistenza, dei matrimoni, non è bastata, anzi!, a sgonfiare la bolla dei Pacs cui il nostro governo, scimmiottando quello spagnolo, sembra volersi indirizzare. Morti Pasolini e Visconti, oltre agli innumerevoli e benefici uomini di spettacolo che non hanno mai patito discriminazione, sul Corriere, da qualche tempo, alcuni testimoni d'eccezione rappresentano una posizione condivisibile. Qualche mese fa molto mi colpì un'intervista a Franco Zeffirelli. In essa, il regista, con molta semplicità, indicava il carattere trasgressivo dei rapporti omosessuali, anche nella volubilità, nella rapidità, nella voracità, nella instabilità, comportamenti assai diversi da quelli del rapporto monogamico, presuntivamente stabile, implicito nel matrimonio. Trovava ridicolo il tentativo di ottenere una legittimazione dalla Chiesa, e concludeva indicando, come una formula più conveniente per stabilizzare i rapporti con una persona amata, l'adozione in età matura.
Un discorso sensato, logico, che oggi ritrovo, ancora sul Corriere, nella bella intervista di Aldo Cazzullo al grande Paolo Poli, dissacratore di leggerezza mozartiana, rispetto alla visione necrofila e garantista di Franco Grillini, che persegue la mozione degli affetti, descrivendo i rapporti omosessuali nella emergenza della malattia, della vecchiaia, della morte, per strappare il consenso dei più suggestionabili («E chi gli sta vicino quando sta male? Quando è all'ospedale? Quando è in punto di morte»?): fine della gaiezza gay. Fine del divertimento. Gli risponde Paolo Poli, che non cerca assistenza, ma piacere, ancora all'altezza dei suoi settantasette anni: «Il bello degli amori omosessuali è la loro libertà, e la loro riprovazione. Il matrimonio tra gay non mi interessa, come non mi interessa quello tra uomo e donna. Io voglio seguire l'istinto e la perversione, non tornare a casa e trovare qualcuno che mi chiede cosa voglio per cena: “Caro, ti faccio la besciamella?”». Fuggirei subito, con un principe o con un marinaio. Chi vuole l'unione civile e l'iscrizione al registro comunale non se ne intende. Io sì». In realtà le unioni gay, così come i matrimoni, servono a garantire i rapporti quando non ci sono più. Regolano le conclusioni e i congedi. Amministrano i postumi. Poli è ancora più rigoroso: «La storia non fa salti. Zapatero introduce in Spagna il matrimonio omosessuale? Ne sono felice. Ma qui in Italia l'unico sovrano è il Papa. E il Papa fa il suo mestiere. Non possiamo pretendere che ci benedica e ci inviti a inchiappettarci l'un l'altro».
L'aspirazione più alta è proprio la legittimazione religiosa, ma non manca l'ansia di quella sociale, il compiacimento di essere invitati con il proprio consorte alla festa del 2 giugno dal prefetto. Poli infierisce: «Intendiamoci: noi ragazze non capiamo nulla di politica. Però non capisco neppure gli omosessuali che chiedono un riconoscimento ufficiale. Mi pare un atteggiamento conservatore. I Gay Pride mi mettono una tristezza infinita, come il Carnevale di Viareggio. Meglio affidarsi all'istinto, come mi hanno insegnato Balzac e Tolstoj, e come mi ha ripetuto Freud: il sesso non è tra le gambe, ma nel cervello, il giudizio morale non esiste, siamo tutti buoni e cattivi, casti e perversi. Questo bisogno di tenersi per mano come finocchie contente è roba da psicanalisti. Un marito non l'ho mai voluto. Al sesso sopravvive la stima, della passione resta l'amicizia. A volte mi sveglio, avverto un richiamo antico, tasto il letto, sento che non c'è nessuno e penso: “Avere al fianco uno che russa non significa non essere soli”». Singolare che a mettere insieme due che russano e a tenerli uniti quando sono malati sia Romano Prodi, il cui modello familiare non potrebbe essere più tradizionale, non minacciato dal divorzio, e rigorosamente cristiano. Chissà perché vuole fare agli altri ciò che non vorrebbe mai per sé. D'altra parte è evidente a tutti che, come premier, darebbe molte più garanzie (e non solo di libertà sessuale) Paolo Poli.