Le nozze di Roberto col suo angelo custode

Sono insieme da quasi quarant’anni, fra libri perduti e ritrovati

Tutto quello che so di Fleur Jaeggy è che quelle rare volte in cui non si sottrae e si ritrova a raccontare qualcosa di sé, spesso racconta la storia dei suoi tre libri perduti. Sono i suoi primi tre libri: Il dito in bocca (1968), L’angelo custode (1971) e Le statue d’acqua (1980), tutti pubblicati da Adelphi. Di quei libri, racconta, esiste un’unica fotocopia in suo possesso - che ogni tanto consulta, e mostra - e il resto esaurito e mai più ristampato, per suo stesso volere.
Posso dire di saperlo anche perché una delle volte in cui lo raccontò, tre anni fa, al Festivaletteratura di Mantova, c’ero. E lo raccontò con tanta convinzione e fermezza negli occhi che sembrò vero. Considera quei libri usciti da lei, finiti ed espulsi: «I libri sono estranei. Quando sono usciti poi diventano estranei odiosi». Quando Ingeborg Bachmann lesse il dattiloscritto del Dito in bocca, ne scrisse ad Adelphi: «L’autrice ha l’invidiabile primo sguardo per le persone e le cose, c’è in lei un insieme di distratta leggerezza e di saggezza autoritaria: da queste capacità contraddittorie nascono dialoghi di una diabolica intelligenza e descrizioni di una semplicità disarmante».
Tutto quello che so di Fleur Jaeggy è che siccome lei non si concede, per parlarne bisogna collezionare frammenti sparsi e incollarli insieme e sforzarsi di ottenere un quadro minimo, essenziale. Ad esempio c’è una foto, di Ingeborg e di Fleur, in cui sembrano colte di sorpresa, con un camicia che nel bianco e nero pare identica e un’identica voglia di intesa e sottintesi nello sguardo. Si conobbero a Roma quando Fleur ancora non aveva incontrato Roberto Calasso. Il ricordo è di un bar, in cui pare si presentarono per la prima volta. Ma anche la Bachmann parlava pochissimo e così ci vollero mesi prima che la scrittrice austriaca diventasse per Fleur una presenza che in pochi anni le avrebbe segnato la vita. C’è il racconto di una serata, in cui uscirono in quattro, lei e Calasso e la Bachmann e Thomas Bernhard, che non parlava del tutto. Ma grazie a quello che la Jaeggy definisce il «mistero dell’intesa» i due si capirono lo stesso e a mezzanotte Fleur gli intimò di parlare o l’incanto si sarebbe rotto per sempre. Bernhard parlò e non smise fino alle quattro del mattino.
«Nei Beati anni del castigo e in Proleterka ci sono emersioni di pezzi di vita che tagliano come selci, schegge di passioni forse estinte ma mai estinte, ribellioni senza fine trattate con la discrezione necessaria a dire ciò che è davvero radicale... l’orrore per l’eterna borghesia del cuore affiora con una violenza trattenuta dalla sintassi solo per essere più ferocemente ironica», scriveva Giuseppe Montesano in La vita perduta: appunti su Fleur Jaeggy, sulla Rivista dei libri. Eppure lei ritiene l’autobiografismo un’accusa: «Gli scontati paragoni tra i protagonisti dei libri e i loro autori mi danno la nausea. I miei libri c’entrano solo con la mia penna».
Eppure, se non avessi letto i suoi libri, non avrei mai saputo, di Fleur Jaeggy, che è in collegio che imparò ad amare il silenzio. Anzi, in vari collegi. Quello dell’Appenzell che descrive nei Beati anni del castigo è solo uno dei quattro o cinque istituti cui il padre e la madre, uno da Zurigo, l’altra da Roma, la fecero crescere da quando compì otto anni: «Il collegio era l’unico posto dove volevo stare». Anche se smaniava di libertà, poiché le monache la seguivano ovunque, come quella volta che andò con un’amica a farsi scattare i provini per diventare indossatrice. Se non avessi letto i suoi libri non avrei mai amato così tanto quella sua frase che nessuno cita mai: «Anche chi non esiste muore». Se non avessi letto i suoi libri, non avrei mai capito che cosa intendeva dire Franco Battiato in Invito al viaggio: «Laggiù tutto è ordine e bellezza, calma e voluttà. Il mondo s’addormenta in una calda luce di giacinto e d’oro. Dormono pigramente i vascelli vagabondi arrivati da ogni confine per soddisfare i tuoi desideri».
Tutto quello che so di Fleur Jaeggy è come arrivare a Roberto Calasso attraverso uno dei frammenti raccolti: una foto di loro, in India, nel 1991 e una di lui con la loro gatta Tsanga, appena dopo averla trovata nel giardino di un vecchio albergo greco, nel 1993. Roberto Calasso, scrittore, editore, visiting professor all’università di Oxford, nato nel 1941 a Firenze, e Fleur Jaeggy, scrittrice, traduttrice degli oppiomani Marcel Schwob e Thomas de Quincey, nata a Zurigo, si sono conosciuti a Roma, verso la fine degli anni Sessanta. A quei tempi l’Adelphi, di cui dal 1999 Calasso è presidente, dopo esservi stato introdotto a ventun anni da Bobi Bazlen, esserne diventato direttore editoriale nel 1971 e consigliere delegato nel 1990, era appena nata. Il loro amore è cominciato come cominciano le storie importanti e le intese durature: notandosi in mezzo alla folla, mentre l’occhio fa lo stesso gesto che farebbe un pennarello intorno ad una figurina disegnata, per dire: «Ecco, l’ho riconosciuto, è lui». Lei era all’università per un appuntamento. Lui era là in compagnia di una ragazza in tailleur rosso. Senza conoscersi, si riconoscono. Poi qualche tempo dopo si incontrano di nuovo. E, alla fine del 1968, si sposano, a Londra.
Tutto quello che so di Roberto Calasso editore nasce e vive con la storia di Adelphi: la contrapposizione al «sovietismo illuminato» e al «tono sempre prescrittivo» dell’Einaudi nel 1962, la voglia di mettere in commercio i «tre quarti dei libri che mancavano alla scena culturale italiana», il silenzio assoluto seguito all’uscita dei primi volumi dell’edizione critica di Nietzsche (comprendente oltre 3.000 pagine inedite), il lavorare in perdita per una decina d’anni, lui, Luciano Foà, Roberto Bazlen, Roberto Olivetti, fino all’intervento di Carlo Caracciolo. Il successo si profila già intorno al ’68 e si conferma negli anni Settanta. Poi si arriverà ai due milioni e passa di copie vendute di Siddharta e al milione di copie e passa dell’Insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera. Le altre cose che so di Calasso editore le ho capite leggendo il testo della conferenza tenuta a Mosca nel 2001 sull’«Editoria come genere letterario»: l’editore ottimo è alla ricerca del libro perfetto. Per amarlo, vestirlo e farne un libro perfetto per tutti.
Per cercare il libro perfetto bisogna leggere e possedere centinaia di libri: l’appartamento Calasso-Jaeggy è «uno studio-biblioteca ininterrotto. C’era una sala da pranzo, è durata due mesi, in seguito le pile sono cresciute anche lì. E continuano a invadere ogni angolo», ha raccontato qualche mese fa Fleur Jaeggy : «Percepisco i libri come una presenza e ho bisogno di vuoto, almeno alle spalle».
Tutto quello che so di Roberto Calasso apollineo e dionisiaco, di come nasca l’energia che gli permette di scrivere libri che dissolvono gli stessi modelli che creano mentre li creano (L’impuro folle, 1974, La rovina di Kasch, 1983), di come attraversi lo spazio-tempo, e congiunga, attraverso il mito, i baricentri di uomini e dei attraverso le ere (Le nozze di Cadmo e Armonia, 1988, Ka, 1996), l’ho imparato a Torino qualche mese fa, ascoltandolo ricordare Luciano Foà, alla Fiera del libro e mentre ricordava Foà, raccontare se stesso: «Non era ritroso né timido, ma altamente saturnino, dal passo lentissimo, capricorniano. Non era incontenibilmente curioso. Cercava poco. Aveva pochi amori ma saldissimi. In compenso era grande maestro nel vagliare. Se dovessi paragonarlo a qualcosa sceglierei un oggetto della ritualità orientale, il setaccio di lana bianca che serviva a filtrare il soma, pianta inebriante e forse allucinogena». Come dire: la visione dell’Oriente come Straniero che illumina la via per la scoperta di noi stessi, una mente continuamente sveglia, attenta e «che sa tenere vive le cose», come la definisce sua moglie Fleur, la capacità di farsi scuotere e di «trasformare, attraverso la riflessione ogni scossa in organo della sua conoscenza storica», come Edgard Wind a proposito di Aby Warburg.
L’ultima cosa che so di loro è che incontravo spesso Fleur Jaeggy e Roberto Calasso in una libreria di via Manzoni a Milano, dove vivono, nelle tarde mattinate di domenica. Ritiravano la loro copia della New York review of books, davano un’occhiata in giro, nella speranza di aggiungere alle pile di libri altri libri che ne valessero la pena. Frammenti, di questo bisogna accontentarsi. Tutto quello che sapevo su di loro, l’ho raccontato. Ora, non resta che aspettare altri frammenti.
(2. Continua)