A «Nozze» con troppo eros

da Salisburgo

Nel giro di qualche centinaio di chilometri, fra Austria e Germania, tre Nozze di Figaro contemporaneamente, a Vienna, Monaco e Salisburgo, dove per l'annuale festival è l'unico titolo operistico mozartiano in cartellone.
Per la ripresa delle Nozze Salisburgo ha voluto riproporre il medesimo spettacolo che l'anno scorso destò qualche perplessità in pubblico e critica, per via della regia di Claus Guth. Se l'allestimento è il medesimo, diversi sono gli interpreti, almeno nei ruoli principali. L'anno scorso l’acclamatissima e sensuale Anna Netrebko era Susanna, e Ildebrando D'Arcangelo Figaro, sul podio c'era Nikolaus Harnoncourt. Quest'anno, nei due rispettivi ruoli principali Luca Pisaroni e Diana Damrau, sostituita nella recita dell'altro ieri da Jennifer O'Luoghlin la quale, nonostante la chiamata all'ultimo minuto, è parsa perfettamente inserita nel meccanismo complesso della regia di Guth. Il quale ha voluto introdurre nell'opera un personaggio muto ma onnipresente, un cherubino, doppio di Cherubino, l'adolescente attraversato da turbamenti e passioni, a sua volta provocatore di passioni e desideri inconfessabili, in chiunque lo avvicini, comprese Susanna e Contessa (una convincente Dorothea Roschmann, l'unica fra i personaggi principali presente già nel 2006).
La scena, praticamente unica e d'un bianco accecante, è l'androne di una palazzo nobiliare, con grande scalone, dimora del Conte d'Almaviva, interpretato con grande baldanza da Gerald Finley. Tutto si svolge come in pubblico, tutti mettono in piazza senza pudori le proprie passioni. I protagonisti sono vestiti di nero, appena più chiari Cherubino ed il suo doppio. Il regista fa muovere i fili dell'azione, addirittura gli stessi personaggi al cherubino (il giovane mimo Uli Kirsch, con un paio d'ali bianche) che avrebbe un suo disegno sull'evolversi delle relazioni sentimentali in casa del conte ma che, alla fine, vola via sconsolato, perché gli intrecci gli sono sfuggiti di mano.
Che Guth abbia calcato eccessivamente la mano sull'eros, spazzando via anche quel po’ di mistero che lo rende ancora più irresistibile, lo dimostra il fatto che ad ogni piè sospinto i protagonisti si buttano a terra uno sull'altro, oppure, appena possono, non risparmiano toccamenti e palpeggiamenti. E perché si sia affidato ad inutili trovate, come quella di far arrivare il vecchio Bartolo (l'ottimo Franz-Josef Selig) su una sedia a rotelle spinta da Marcellina (Marie Mc Laughlin) affatto immedesimata nel suo ruolo di badante, intenta piuttosto a correre dietro Figaro; o perché abbia optato per quell'inutile e distraente gestualità meccanica di gruppo dei personaggi comandati dall'invisibile cherubino, resta davvero un mistero.
Dal punto di vista musicale, invece, l'opera mozartiana ne guadagna con Harding sul podio. Il giovane direttore, che ha dalla sua un'orchestra come i Wiener, alla quale nessuno ha più nulla da insegnare in fatto di stile e suono mozartiani, ha scolpito tutti i recitativi con un senso del ritmo impressionante, togliendoli a quella meccanicità che musicalmente può ucciderli; ed ha condotto orchestra e cantanti - un cast omogeneo per qualità, puntualmente sottolineata dal pubblico ad ogni fine di aria, di cui l'opera trabocca - con mano sicura, modellando espressivamente brani solistici e pezzi d'insieme, con grande varietà ed acuta introspezione. Applausi per tutti alla fine, ma soprattutto per Figaro e Susanna. Si replica fino al 28 agosto.