Nucleare, la Corea del Nord minaccia il bis

Anche la Cina appare irritata: «Speriamo che Kim Jong Il adotti un atteggiamento responsabile»

Marcello Foa

La Corea del nord sarebbe pronta a concedere il bis. E il mondo non gradisce. Di certo non l’America, che minaccia ritorsioni gravissime qualora davvero Kim Jong Il procedesse a un secondo esperimento nucleare sotterraneo, dopo quello del 9 ottobre. Il capo negoziatore americano, Christopher Hill, avverte: «Si tratterebbe di un atto di guerra e Pyongyang pagherebbe un prezzo molto, molto caro». Dopo qualche ora, John Snow, portavoce il presidente George Bush, parla di «mossa provocatoria».
A Washington in queste ore prevale il pessimismo. Le immagini dei satelliti hanno rivelato un incremento di attività in almeno due siti nucleari e in almeno un caso si tratterebbe di preparativi in vista di un test. I servizi segreti giapponesi e coreani confermano movimenti anomali. Si tratta di un bluff? Nessuno può dirlo con certezza. La linea del governo nordcoreano appare, come sempre, erratica. Nei giorni scorsi si è passati dalle minacce apocalittiche alle promesse di dialogo, con l’accettazione della mediazione russa. Ora, improvvisamente, il dittatore Kim Jong Il sembra tornare alla linea dura. «Non ne saremmo sorpresi», spiega Snow. «È verosimile che la Corea del Nord voglia mettere alla prova la determinazione e l’unità delle Nazioni Unite», dopo il voto del Consiglio di sicurezza, che sabato all’unanimità ha approvato le sanzioni. Il governo di Pyongyang minaccia «spietate ritorsioni» contro chiunque applichi quelle misure «immorali», che prevedono ispezioni navali e limitazioni commerciali. Reitera le minacce belliche e afferma che il test della settimana scorsa sia «un suo diritto legittimo»; dunque non intende ricredersi.
Il portavoce della Casa Bianca replica osservando che se l’ultimo regime stalinista del Sud est asiatico pensa che la comunità internazionale «gliela farà passare liscia», «si accorgerà del suo errore». In ogni caso quella del nucleare nordcoreano è diventata una priorità per l’amministrazione Bush: il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice ha lasciato ieri Washington per un viaggio in Asia che la porterà a Tokio, Seul, Pechino e Mosca, per coordinarsi con i Paesi che negli ultimi tre anni hanno partecipato ai negoziati con Kim Jong Il.
Le ultime intemperanze non sono stato affatto apprezzate dalla Cina, che fino al luglio scorso era il protettore della Corea del Nord e che ora appare sempre più irritata, benché in una posizione non agevole: se potesse farebbe volentieri a meno di Kim Jong Il, ma sa che un crollo del regime destabilizzerebbe tutta l’area, anche all’interno dei suoi confini, e dunque non può permetterselo. «Speriamo che Pyongyang adotti un atteggiamento responsabile - dichiara un portavoce del ministero degli Esteri - e che torni a cercare una soluzione attraverso il dialogo, invece di compiere azioni che possono portare a un’ulteriore escalation».
Ancora una volta la comunità internazionale sembra in sintonia. Ieri è arrivato anche il monito dell’Unione europea. I ministri degli Esteri dei Venticinque ritengono che il test nucleare condotto la scorsa settimana dalla Corea del Nord «rappresenta un pericolo per la stabilità regionale e una chiara minaccia alla pace e sicurezza internazionale». Mosca deplora l’eventuale nuovo test nucleare, la Corea del Sud mantiene in allarme le sue truppe, mentre il nuovo premier giapponese, il conservatore Shinzo Sbe, avverte che «la comunità internazionale non ondeggerà» e che la Corea del Nord farebbe meglio «a non sottovalutare il messaggio inviato dall’Onu». Il mondo fa sul serio.