Il «nucleare» fa paura se non c’è

Paolo Bertuccio

Meglio chiamarlo «decommissioning» che «smantellamento». È una parola dall'aplomb tutto inglese e dà un'immagine più distaccata della dura realtà che dal giorno del famoso referendum del 1987 stanno vivendo le aziende del settore nucleare. Decommissioning: la procedura con cui si fanno sparire le scorie del passato, quelle vere e quelle figurate, nella speranza di poter riconvertire tutta la baracca. Una specie di stanca agonia, come quella a cui si sta sottoponendo la Fabbricazioni Nucleari di Bosco Marengo, sullo stradone che da Novi Ligure porta ad Alessandria: un gruppo di capannoni di cemento armato rinchiusi dentro un recinto di filo spinato, con un cartello che minaccia l'intervento della sorveglianza armata. Qui si producevano le pastiglie di combustibile per alcune centrali nucleari italiane, come Caorso e Trino Vercellese, e anche per qualche cliente svizzero o francese. Qualcosa di sostanzialmente diverso da una centrale vera e propria, per quanto riguarda l'impatto ambientale, e infatti la presenza di «Fn» sul territorio non ha mai destato particolari preoccupazioni. Questo, paradossalmente, finché è rimasta aperta.
Nel 1995 Enea, nuova proprietaria dell'azienda, ha deciso di interrompere la produzione, lasciando nei depositi una cinquantina di tonnellate di uranio da smaltire. Dopo undici anni, finalmente la scorsa settimana il 75 per cento del materiale è partito alla volta di un impianto specializzato in Germania, e il resto dovrebbe percorrere la stessa strada tra pochi mesi. Non si può certo parlare di incubo, visto che l'uranio era stoccato in condizioni di assoluta sicurezza, ma è sicurmente la fine dell'inquietudine della gente di Bosco Marengo. Perché, come dicono in molti da queste parti, nonostante le mille garanzie e precauzioni l'idea di convivere con l'uranio fa sempre un certo effetto. Tant'è vero che pochi anni dopo la conclusione dell'attività scoppiò una polemica, l'unica di un certo rilievo, sul futuro dell'ex Fabbricazioni Nucleari. Venne fuori l'idea di riconventirla in impianto di smaltimento rifiuti: non se ne fece nulla perché, come raccontano in azienda, «si generò la leggenda che avessimo progettato di un inceneritore ad energia nucleare e l'opposizione della gente fu inamovibile».
Adesso, con quasi cinquanta tonnellate in meno di uranio sul groppone, è forse più facile pensare ad un futuro per la ex «Fn», che occupa una cinquantina di persone. La strada potrebbe essere quella della ricerca sui nuovi materiali. Intanto il presente si chiama Solin, come la società ministeriale che gestisce la disattivazione degli impianti nucleari. Prima di tutto il decommissioning, poi si vedrà.