Nucleare, l’Europa cede alle minacce dell’Iran

Bruxelles rinuncia al progetto di deferire il Paese islamico al Consiglio di Sicurezza dell’Onu

GIAN MICALESSIN

Iran-Europa uno a zero, palla al centro. La prima partita sul nucleare iraniano nel poco neutrale campo dell'Aiea (Agenzia internazionale dell'energia di Vienna) si è conclusa con una scontata e prevedibile sconfitta. C'era da aspettarselo. L'Europa, guidata da Francia, Germania e Inghilterra e pungolata da Washington s'era avventurata in una missione impossibile, con scarse possibilità di successo. Per vincere e rispettare le bizantine regole dell'agenzia dell'Onu avrebbe dovuto conquistare l'unanimità del suo consiglio esecutivo composto da 35 membri. Ma le mancavano almeno 13 voti e, soprattutto, le mancava il consenso di Mosca, decisa ad impedire il deferimento di Teheran all'organo supremo dell'Onu. Una vittoria mutilata di Bruxelles e dei suoi Tre Grandi (Germania, Francia, Gran Bretagna) avrebbe non solo evidenziato le divisioni tra «amici» e «nemici» dell'Iran in seno all'esecutivo, ma anche vanificato un'eventuale risoluzione del Consiglio di Sicurezza esponendola al veto di Mosca e Pechino.
Incapace di convincere la Russia, seriamente ostacolata dalla Cina e da una pletora di Paesi non allineati, osteggiata persino dal direttore generale dell'Aiea Mohammed El Baradei, e dopo le minacce di Teheran di uscire dal Trattato di Non Proliferazione e di chiudere i rubinetti del petrolio, l'Europa ha dovuto battere in ritirata. La mozione che doveva deferire Teheran al Consiglio di Sicurezza, costringendola a spiegare le finalità dei suoi progetti nucleari, è diventata un boomerang di carta straccia. Quel boomerang rischia ora di rafforzare la determinazione iraniana e sminuire l'autorevolezza europea. Teheran canta già vittoria: «La nostra ferma posizione e la mancanza di basi legali e tecniche li ha costretti a rivedere le loro posizioni».
L'unico risultato pratico della sortita viennese è stato, dunque, fornire agli iraniani il pretesto per inasprire lo scontro. Lo si è visto ieri a Teheran quando, durante la tradizionale parata in ricordo della guerra con l'Irak, sono sfilati sei missili Shebab 3. Ciascuno di quei missili - di origine nordcoreana, ma elaborati con tecnologie iraniane - è in grado di colpire obiettivi a più di 2000 chilometri di distanza e quindi anche Israele. Su ciascuno di quegli ordigni campeggiavano, come ogni anno, le scritte «Calpesteremo gli Usa» e «Cancelleremo Israele dalle carte geografiche». Quegli slogan, ignorati dalle rappresentanze diplomatiche europee durante le precedenti edizioni, sono diventati intollerabili all'apice di un contenzioso incentrato su dei piani nucleari che potrebbero puntare proprio a dotare di testate atomiche quei vettori. E così gli addetti militari di Italia, Francia, Grecia e Polonia hanno abbandonato il palco d'onore.
La protesta non ha impressionato il presidente iraniano Ahmadinejad che ha anzi esaltato la risolutezza del proprio Paese. «Oggi - ha detto il presidente - i nemici hanno capito che la nazione iraniana è veramente determinata nel difendere i propri ideali, la propria integrità territoriale, il sistema islamico e i risultati della rivoluzione islamica».
Sul fronte viennese l'Europa ha intanto proposto ai recalcitranti componenti dell'esecutivo Aiea una versione edulcorata della mozione sul contenzioso nucleare. Nella nuova versione non si cita in alcun modo il Consiglio di Sicurezza, e non si parla di deferimento della Repubblica Islamica, ma si chiede semplicemente al direttore El Baradei di stilare un rapporto sulle attività nucleari iraniane e d'indirizzarlo ai membri del Consiglio esecutivo. Anche questo risultato minimo dipende, però, dalla buona volontà russa e dalla disponibilità a non interferire di Cina e Paesi allineati.