Il nucleare seduce anche Blair: «È l’unica strada per il futuro»

Il premier inglese sfida gli ambientalisti: costruiremo più centrali, le fonti alternative non servono

Lorenzo Amuso

da Londra

Si riapre ufficialmente il dibattito sul nucleare in Gran Bretagna. Dopo le anticipazioni dei giorni scorsi, il premier Tony Blair è uscito allo scoperto annunciando una radicale revisione delle politiche energetiche, che non esclude, anzi prefigura, l'opzione nucleare. Incontrando, solo una settimana fa, i presidenti delle commissioni parlamentari il Primo ministro britannico aveva sottolineato la perdurante crisi energetica nazionale, ipotizzando scelte «controverse e difficili» sull'uso dell'energia nucleare, nell'interesse «a lungo termine» del Paese.
Blair è convinto che, nonostante per molti l'argomento nucleare resti un tabù inattaccabile, la maggioranza dei britannici, come nel resto del mondo, sta cambiando opinione «perché i fatti sono cambiati». Da qui l'impegno a costruire nuove centrali nucleari nel giro di poco più di un decennio per garantire l'approvvigionamento energetico rispettando però l'obiettivo di ridurre i gas serra. Una tesi suggeritagli dal consigliere scientifico del governo, David King, secondo cui la soluzione per frenare il surriscaldamento dell'atmosfera - tema particolarmente a cuore a Blair - può essere raggiunto attraverso una nuova generazione di reattori. L'energia nucleare negli ultimi anni ha fornito circa un quarto del fabbisogno britannico. Una percentuale destinata a scendere radicalmente se i vecchi impianti non saranno sostituiti da altri, più efficienti e sicuri. «Penso che dobbiamo usare tutto ciò che abbiamo a disposizione per risolvere il problema del riscaldamento climatico... Dobbiamo prendere decisioni rapidamente», ha ammonito King, ricordando come il nucleare non produce gas serra a differenza delle fonti di energia fossili.
Così ieri, intervenendo ad un convegno della Confederazione dell'industria britannica in compagnia dei Premier di Estonia e Repubblica Ceca, Blair - incurante della protesta degli attivisti di Greenpeace che ne hanno ritardato il discorso - ha confermato l'apertura al nucleare. Per lo stesso Blair, ma soprattutto per il Partito laburista, si tratta di un cambiamento d'impostazione storico, dal momento che anche nel Regno Unito la sinistra è stata tradizionalmente contraria al nucleare. Una virata, l'ennesima, che ha spinto un delegato presente al convegno a chiedere al Premier se abbia intenzione di lasciare i Labour per unirsi al partito conservatore. «L'energia nucleare è certamente un tema difficile e impegnativo - ha dichiarato in seguito Blair -, e come per altri temi complessi abbiamo bisogno di un dibattito aperto e democratico, senza contestazioni che mirino ad impedire alla gente di esprimere liberamente le proprie opinioni».
Il governo - ha aggiunto il premier - lancerà dunque al più presto una revisione delle politiche energetiche contenute nel Libro bianco del 2003, il cui esito sarà reso noto «all'inizio dell'estate del 2006». «Il futuro del pianeta sta nell'energia pulita - ha spiegato Blair -. Il prezzo dell'energia continua a salire, le riserve vanno esaurendosi. Il cambiamento climatico ci impone un intervento d'urgenza. Tutte le nazioni saranno costrette a diversificare le loro fonti energetiche per non dipendere da una sola. Dobbiamo continuare a perseguire gli obiettivi di Kyoto, anche se ultimamente abbiamo registrato un aumento dell'emissione del biossido di carbonio». Il nuovo piano energetico sarà sviluppato dal ministro dell'Energia, Malcolm Wicks, che ha già deluso le speranze degli ecologisti affermando che le fonti alternative possono essere sì complementari, ma non sostitutive a quelle tradizionali. Alla vigilia dell'inverno più freddo degli ultimi 50 anni - questa almeno l'opinione largamente diffusa tra i meteorologi di Sua Maestà -, Blair ha colto inoltre l'occasione per mettere in guardia sul possibile rischio di scarsità di forniture di gas. Un'emergenza che non dovrebbe riguardare «il consumo domestico e molte attività commerciali», ma che comunque conferma la situazione paradossale della Gran Bretagna, la quarta potenza economica mondiale, pioniera del nucleare, con enormi potenzialità per lo sfruttamento delle forze eoliche e idriche, fino a pochi anni fa esportatrice di carbone, tecnologicamente avanzata, a due passi dal ricco bacino del Mare del Nord, eppure cronicamente afflitta da carenza energetica.