Nucleare, storico incontro tra Stati Uniti e Nord Corea

La delegazione Usa dice sì a una delle condizioni per l’inizio delle trattative

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Si sono incontrati a quattr’occhi, ed è stata la prima volta da quando uno degli interlocutori esiste. La prima volta dopo una guerra scoppiata cinquantacinque anni fa e che formalmente è tuttora in corso, interrotta soltanto da un armistizio che dura da cinquantuno anni.
Corea del Nord e Stati Uniti d’America si sono incontrati a Pechino e finora non ci sono dettagli sui colloqui e tantomeno fotografie. Peccato, perché forse avremmo visto, anche questo per la prima volta, un rappresentante americano con la bandiera a stelle e strisce sul tavolo. Fino a questo momento i numerosi colloqui «tecnici» sull’andamento dell’armistizio si sono tenuti a Panmunjon sotto il vessillo delle Nazioni Unite, quello che aveva sventolato durante la guerra. Su quello che il vicesegretario di Stato Christopher Hill e l’inviato di Pyongyang si sono detti è calato il segreto che era stato promesso e senza il quale i colloqui non sarebbero avvenuti.
La Casa Bianca invita a «non aspettarsi troppo» e si dilunga invece sulla seduta ufficiale, quella che si apre oggi nella capitale cinese, di nuovo a sei con Corea del Sud, Giappone, Cina e Russia, sola formula finora accettabile a Washington. E anche Hill si è sforzato di minimizzare: «Cerchiamo solo di far conoscenza, di vedere come vanno le cose e di paragonare il contenuto dei nostri blocchetti di appunti».
Una cortina diplomatica per ridimensionare il fatto centrale di questo incontro: che c’è stato. I nordcoreani lo chiedevano da anni e ne facevano dipendere il loro comportamento su una questione cruciale come il progetto di armamento nucleare. I negoziati a sei vanno avanti da un pezzo, non hanno portato ad alcuna conclusione, ma hanno fatto da ombrellone a tutta una serie di scambi spiccioli, in bilico fra la necessità di sicurezza sentita dagli Stati Uniti e dal Giappone, la volontà sudcoreana di evitare un inasprimento delle tensioni, l’accorta mediazione cinese e, soprattutto, le condizioni disperate dell’economia nordcoreana: milioni di persone patiscono letteralmente la fame, milioni forse sarebbero morte di fame non fosse che per gli aiuti umanitari che, sia pure col contagocce, han continuato ad arrivare per tutti questi anni.
Non è nuova neanche l’agenda nucleare in sé. Pyongyang lavora da anni alla progettazione, costruzione e sviluppo atomici, accelerando, rallentando o addirittura negando a seconda della convenienza, soprattutto economica. Ma questo equilibrio delicato e infido, mantenuto con sforzo durante l’amministrazione Clinton, si è incrinato pericolosamente all’indomani dell’assalto terrorista a New York e della «guerra al terrore» proclamata da Bush, in particolare con l’enunciazione della sua «dottrina» dell’Asse del Male; che assieme all’Irak e all’Iran comprende appunto la Corea del Nord, del tutto estranea ai problemi e alle passioni mediorientali o alle follie dell’integralismo islamico ma vi è assimilata per i suoi programmi nucleari. Al tono ultimativo di Washington i nordcoreani hanno risposto con il fatto compiuto: invece di proseguire di nascosto gli esperimenti «proibiti», li hanno annunciati e se ne sono vantati, ricorrendo perfino, secondo alcuni, a una parte di bluff. Mentre Teheran si arma e lo nega, Pyongyang lascia intendere di essere già una potenza nucleare anche se forse ancora non lo è. Uno dei motivi invocati è l’esperienza irachena: gli Stati Uniti hanno attaccato Bagdad perché di atomiche non ne aveva, ma non attaccheranno, chi come noi, le ha.
Il bluff si articola così in contromossa ricattatoria: in tre fasi. La prima: negoziati a quattr’occhi, che equivalgono a un riconoscimento. La seconda: firma di un trattato di pace che metta fine alla guerra del 1950 e riammetta la Corea del Nord nella comunità delle nazioni, con parità di diritti. Terza e centrale: la firma di un trattato bilaterale di «non aggressione» con gli Stati Uniti. A questo prezzo Pyongyang dice di essere disposta a rinunciare alla parte militare dello sviluppo nucleare. L’incontro di Pechino può indicare un primo successo.