Dal nulla del programma alla guerra dei distinguo

Nelle promesse elettorali di Prodi neppure un accenno al Medio Oriente. Dopo 4 mesi di governo, il centrosinistra è diviso su tutto

Emanuela Fontana

da Roma

Le idee erano già confuse quattro mesi fa. Anzi, non c’erano affatto. Il capitolo della politica estera è quello che più dilania il governo, con posizioni contrastanti sui principali teatri di conflitto internazionale, ma risfogliando le 247 pagine di programma con cui Romano Prodi tentò una pacificazione delle anime della coalizione e si lanciò verso le elezioni del 9 aprile in effetti non si trova una posizione, né comune né contrastata. Nel tomo prodiano «Per il bene dell’Italia» vi sono concetti generali come multilateralità e europeismo, ma la parola «Israele», per esempio, compare zero volte, stessa cosa per «Palestina», nessuna citazione per «Iran» e addirittura non si scrive mai «Afghanistan». Non esiste praticamente mai il «Medio Oriente», sostituito dal concetto più «indoeuropeo» che europeo di Mediterraneo, per indicare l’area allargata che va dalla striscia di Gaza all’Italia. L’aggettivo israelo-palestinese, inteso come «conflitto», si trova soltanto due volte, per affiancarvi il concetto di «due popoli due Stati».
Allora, a ben guardare, la politica estera era tutta una sorpresa per il governo Prodi e così sembra essere in questi giorni. Prima il nodo era la missione a Kabul, ora la posizione sulla guerra israelo-libanese. Ieri il ministro degli Esteri Massimo D’Alema è tornato a difendere la sua linea: «La reazione di Israele è andata al di là di ogni ragionevole proporzione». Ma il collega Giuliano Amato, ministro dell’Interno, 48 ore prima aveva ammonito: Israele è vittima di «un attacco globale, concentrico, premeditato e organizzato». Il suo appello è rivolto «a chi fa troppi distinguo». D’Alema sicuramente. Ancor di più la sinistra radicale. «Non siamo di fronte a una reazione esagerata - sostiene la senatrice Manuela Palermi, capogruppo di Pdci-Verdi - si tratta, invece, di una guerra violenta ed illegittima». Tra bandierine della pace e note dell’inno libanese, alla manifestazione del Colosseo pro-Beirut e Palestina, il segretario del Pdci Oliviero Diliberto ha attaccato: «Manifestiamo contro l'aggressione israeliana, che è un pericolo per la pace nel mondo intero».
Ma per il segretario dei ds Piero Fassino in pericolo è «l’esistenza di Israele». Mentre secondo il sindaco di Roma Walter Veltroni quello di Tel Aviv è stato «un diritto di legittima difesa». E alla manifestazione pro-Israele davanti alla sinagoga di lunedì il vicepremier Francesco Rutelli si è impegnato per chiedere al governo la condanna dei sequestri dei soldati israeliani messi in atto dagli Hezbollah.
Così la cronaca recente, con Prodi costretto a mediare, più che fra Libano e Israele, tra le pulsioni interne alla sua coalizione e dentro gli stessi Ds, dove D’Alema è notoriamente meno filoisraeliano di molti compagni di partito.
Gli scorsi mesi non potevano che portare a questo. Emblematica fu la manifestazione dello scorso febbraio «Con la resistenza palestinese e irachena», quando la sinistra si spaccò platealmente e in piazza arrivarono, tra cori (poi condannati) a favore della strage di Nassirya, Verdi, Pdci e Rifondazione ma solo con le minoranze interne. Nei giorni della discussione animata all’interno dell’Unione, il responsabile esteri del Pdci, Jacopo Venier, aveva precisato: «Noi non vogliamo che ci sia continuità con la politica berlusconiana su Israele. Oggi i palestinesi sono sotto occupazione e vanno difesi».
Nelle ultime settimane si è consumato il dramma interno della mozione sul rifinanziamento della missione afghana. In mezzo, alcune dichiarazioni choc, come quelle di Marco Ferrando (Rifondazione, non candidato da Bertinotti per le sue frasi) che riconosceva «il legittimo diritto degli iracheni a sparare sui nostri soldati», fino alle posizioni notoriamente filo-Israele e filo-Usa dei radicali. Non a caso un paio di settimane fa il sottosegretario all’Economia, il verde Paolo Cento, ha ammesso che è necessario scegliere, lanciando «le primarie dell'Unione sul ritiro dei nostri soldati dall'Afghanistan. Serve un grande dibattito - aveva esortato Cento - dentro il centrosinistra per affrontare una volta per tutte questo nodo delicato di politica estera». E molti altri ancora.