Numeri uno Gentiluomo o furbastro?

Le guardie del corpo del moralismo sportivo, cioè quelli che non compreranno mai il libro di Ibrahimovic, ma probabilmente non rileggeranno nemmeno alcuna intervista di Maradona, Tyson, George Best, Gascoigne, Garrincha, Michael Phelps e chissà quanti altri, hanno il loro eroe. Pep Guardiola risponde a qualunque criterio di bon ton, signorilità e tranquillità, risposte educate e toni ossessivamente disponibili: un vero signore, direbbe voce di popolo. Per esempio, prendete questa. Ad un convegno a Valencia, gli chiedono di Mourinho. E lui con voce soave e tranquillizzante dice la cosa più banale, ma per lui più pesante, del mondo. «Mou? Probabilmente il miglior allenatore del mondo».
Quale pensiero volete ne segua? Guarda che signore: proprio lui che tanto ha vinto, dice una cosa del genere. Noi aggiungeremmo che, evidentemente, ha conosciuto un numero limitato di allenatori. Mou, magari, è “un numero uno”, che suona diversamente. Nella gerarchia dei valori c’è gente più in gamba, soprattutto senza sperperare i danari che fa spendere lui. E nella storia la lista dei migliori è lunga, prima di incontrare il suo nome: non sarebbe nei 10. Serve guardare i fatti, non solo l’incenso.
Però, una volta di più, Pep non si è smentito. Anzi, ha aggiunto una stella ai suoi piatti del buon ricordo. Così dolce e delicato da metter il dubbio che la naturale gentilezza, talvolta, non si trasformi in astuzia. Regala un buffetto a Mourinho per dare una bella sberla a Ibrahimovic. Alzi la mano chi non l’ha pensato? Guardiola, fra l’altro, ha spiegato che «non è necessario avere giocato al calcio per essere un grande allenatore. Sacchi ha cambiato questo sport senza avere mai giocato. Essere stato nello spogliatoio ti dà argomenti in alcune situazioni, ma non esserci stato ti dà altri vantaggi».
L’esempio calza. Ma Sacchi è stato (simpatico o antipatico che sia) un rivoluzionario. Mourinho soprattutto un gestore. Tutti con un collante: lo stress. «Da allenatore si soffre molto, perfino la sindrome di Stendhal», ha concluso Guardiola che, poi, ha finalmente puntato l’indice sull’elemento caratterizzante del vincere e saper vincere. «Vinco grazie a una grande squadra e avendo dietro un bilancio da 400 milioni di euro. Con 4 miloni non vincerei. E se i giocatori non fossero cosi bravi, potrei vincere qualcosa, ma non 12 titoli su 15». C’è da immaginare il sorrisino. Dunque ecco spiegato chi è grande (12 titoli su 15...). E perché Mou è grande: leggete i bilanci in danaro...