Il numero due del partito Akp, trionfatore delle elezioni, anticipa la propria ricandidatura. L’incognita della reazione dell’esercito custode della laicità L’islamico Gül verso la presidenza della Turchia

nostro inviato ad Ankara

Gli islamici rilanciano: vogliono la presidenza della Turchia. E questa volta, probabilmente, l'otterranno. A dispetto dell’esercito, che si è sempre opposto all’elezione di un capo dello Stato con una moglie che porta il velo. La scorsa primavera il braccio di ferro sulla candidatura del ministro degli Esteri Abdullah Gül, e numero due del Partito per la Giustizia e il Progresso (Akp), aveva provocato una crisi politica, culminata nelle elezioni anticipate di domenica scorsa. Qualche mese fa la Turchia secolare era scesa in piazza, ma poi alle urne ha trionfato il partito islamico e ora le analisi del voto dimostrano che a motivare molti elettori laici a scegliere l’Akp è stato proprio il desiderio di protestare contro il boicottaggio del candidato musulmano.
E allora ieri Gül, in un’attesissima conferenza stampa, ha spiegato che «il popolo turco con il voto di domenica scorsa ha espresso chiaramente la sua volontà» e che pertanto «bisogna rispettarla». Dunque si ricandiderà alla presidenza, anche se lo annuncerà formalmente solo fra qualche giorno. In un Paese difficile come questo meglio essere cauti, soprattutto verso l’esercito. Nessuna polemica nelle sue parole, se non quando ha negato che «oggi si possa parlare di una minoranza laica in Turchia», in risposta al vicepresidente della Commissione europea Franco Frattini. Il ministro degli Esteri agisce d’intesa con il premier Erdogan; il suo messaggio è stato inteso da tutti.
Ed è un colpo di scena. Fino a martedì sera negli ambienti politici e diplomatici di Ankara si dava per certo che l’Akp avrebbe rinunciato ad insistere su Gül, ripiegando su un personaggio di compromesso, affiliato all’Akp ma senza moglie velata. Questione di numeri, si diceva. Il partito islamico ha 340 seggi, mentre il quorum dei presenti in aula è di 367 e siccome si dava per scontato il boicottaggio dei due partiti laici entrati in Parlamento, quello repubblicano del Chp e quello nazionalista del Mhp, e di una parte dei 28 deputati indipendenti (la maggior parte dei quali curdi), tutti supponevano che il premier Erdogan avrebbe dato prova di ragionevolezza.
Invece il quadro è improvvisamente mutato, perché molto probabilmente i nazionalisti parteciperanno alla votazione in Parlamento. Poco importa se diranno sì o no a Gül; grazie a loro il numero minimo delle presenze verrà abbondantemente superato; poi basteranno maggioranze semplici per eleggere il capo dello Stato. Insomma, sebbene la direzione del partito si riunirà solo nel fine settimana, ieri i deputati del Mhp lasciavano intendere di essere pronti a dare appoggio indiretto alla maggioranza islamica; proprio loro che sembravano l’argine incrollabile del secolarismo. «Evidentemente non sono insensibili al nuovo clima che si respira nel Paese e ritengono che il trionfo elettorale dell’Akp legittimi le ambizioni presidenziali di Gül - spiega Kadri Gursel, caporedattore del quotidiano Milliyet -. D’altro canto i rapporti con l’esercito non sono stati sempre sereni e ai tempi dell’instabilità e dei golpe, diversi tra i loro leader furono arrestati e torturati. E siccome certi ricordi sono indelebili, oggi un ridimensionamento dei generali a loro non dispiace».
Ma le Forze Armate che faranno? Un golpe appare inverosimile, considerato il successo popolare dell’Akp, però tutti si aspettano una contromossa. Forse tenteranno di convincere i nazionalisti, forse si aggrapperanno a qualche cavillo costituzionale, oppure rimanderanno la resa dei conti a dopo l’elezione presidenziale. Come nessuno lo sa, ma tutti lo temono. Ad Ankara la tensione in queste ore sale. L’impressione è che stia per concludersi un’epoca: progressivamente la Turchia, un tempo rigorosamente secolare, cambia anima e diventa sempre più islamica.
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