Nuoto in allarme Michelone fa poker

«Testa e musica i miei segreti» Ma dopo il quarto oro (terzo individuale con record), i tecnici studiano la sua tecnica di virata

nostro inviato a Melbourne

Così forti, veloci e insaziabili da metter perfino il dubbio: è tutto oro quello che luccica? Lo squadrone americano è un terrificante bulldozer dell’acqua. Dove passa distrugge record e raccoglie titoli. Sono arrivati tutti nel pieno della forma, straripanti, così forti da lasciare sbalorditi. Forse merito di una new generation curata e coltivata negli anni passati. Di certo c’entrano allenamenti mirati e una preparazione più accorta di quella fatta, per esempio, dagli australiani: per ora a capo chino e con i conti in rosso. Qualche tecnica di allenamento è stata rinnovata, la cura dei particolari spinta al massimo: c’è gente che guadagna troppi metri con le virate per pensare che sia solo un caso. I nostri tecnici hanno preso appunti. Quando crollano i record si dice che le piscine aiutano. Ieri, per il vero, Magnini ha criticato la vasca. «Per i cento fa troppe onde», ha spiegato. Eppure Natalie Coughlin aveva appena sfiorato il record nei 100 stile libero.
Le previsioni dei tecnici australiani dicevano che questa piscina sarebbe stata manna per i cacciatori di primati. E Michael Phelps ringrazia. Michelone non perde colpo: ieri ha messo la terza tacca sulla sua colt. Tre ori individuali, tre record. L’avvertimento era arrivato il giorno prima: i 200 misti sono cosa mia. Ha confermato la tesi: via col vento, mentre gli altri cercavano di tenergli testa. Il suo socio, l’americano Lochte, e l’ungherese Cseh, un altro dei rapatoni eccellenti di questi mondiali, hanno retto il gioco.
Nembo Michael ha lanciato lo sprint sull’ultima vasca, uscendo dalla virata con i motori a tutta velocità. C’è voluto niente per distruggere se stesso, ovvero il suo precedente record (1’55”84 contro 1’54”98) e diventare l’unico uomo ad aver conquistato per tre volte di fila il mondiale dei 200 misti. Con tanto di sguardo sorpreso: «Sono felice di aver corso ancora così forte. Ogni problema sta nella testa: se riesci a controllarla, tutto andrà meglio e il successo verrà».
Facile per uno come lui che mortifica gli umani. Phelps è una forza della natura e i giornali australiani lo hanno già incoronato, bontà loro, erede di Thorpe. Del resto la sfida era proprio questa: venire a casa del tonno per dimostrare chi è il vero fenomeno di questi cinque anni. Phelps sta divertendo il pubblico di Melbourne, peccato che la Rod Laver Arena sia sempre mezza vuota, più che mezza piena.
L’Australia sta assistendo alle prove generali per il settebello olimpico, quello da un milione di dollari con tanti saluti a Mark Spitz. «Per ora siamo a metà strada», ha ammesso Phelps. «Quest’anno ho trovato più velocità, ho migliorato la muscolatura. Ho fatto lifting al fisico. Mi aiuta la musica». L’ultima che ascolta si intitola: «Go getters».
Dev’essere una cura adottata da tutta la squadra americana, che quando mette piede in finale, cambia faccia e marcia. Le ragazze della 4x200 ci sono arrivate proprio per un battito, ultimo tempo di qualificazione, poi si sono scatenate: Coughlin, Vollmer, Nymeyer e Hoff sono filate via e non le ha acchiappate più nessuno.
Natalie Coughlin ha una bellezza adescante anche in acqua: ha corso le qualificazioni dei 100 sl. andando a 10 decimi dal record del mondo, poi ha fatto la lepre nella prima frazione della 4x100. Lelia Vaziri si è presentata al mondo con un doppio record nei 50 dorso: figlia di un ingegnere di origine iraniana e di una mamma insegnante e di origine tedesca, questa ventunenne farfalletta tutta casa e famiglia, che ama la musica di Michael Jackson, leggere e poltrire in spiaggia, è l’ultima dimostrazione della varietà del catalogo americano su acqua. Phelps è l’extraterrestre, gli altri così forti da non sembrare veri.