Nuoto, dopo il record del mondo Federica Pellegrini va a caccia dell'oro

Primato mondiale nella semifinale dei 200 stile libero: "Ora sono nella storia". E alle 11,30 (ora italiana) la nuotatrice azzurra tenta l'assalto al gradino più alto del podio

Melbourne - Non è Franziska. Adesso è Federica. Pellegrini, cognome tipico italiano, non più Van Almsick, cognome pretenzioso. Bella anche lei, e nell’età dei prodigi sportivi. Non quella sedicenne bizzosa ragazzina di tre anni fa ad Atene, ma una donna maggiorenne e maggiorata dal record. Record del mondo, record conquistato nella terra dei campioni, in un pomeriggio in cui la vasca intitolata a Susie O’Neill ha scoperto tutte le sue magie facendo crepitare primati su primati. Franziska Van Almsick sparisce dall’ultimo suo specchio delle vanità: via dalla tabellina dei record, da quello dei 200 stile libero che aveva conquistato nel 1994 a Roma e ritoccato cinque anni fa a Berlino. Una storia cominciata in Italia e conclusa con lo sgarbo di una italiana d’esportazione.

Federica è spuntata dalle acque carezzando tutti: non eclatante come Michael Phelps, leggera, quasi eterea nel suo acchiappare il tempo. Il record è stato un soffio raffinato che l’ha accompagnata per tutta la gara: semifinale dei 200 stile libero, testa a testa con la tedesca Lurz, nelle retrovie la superwoman ovvero Laure Manaudou, ingolfata da troppe fatiche (due finali nel giro di 25 minuti) e due sconfitte. Federica prende la testa ai 150 metri, non la molla più. Tocca e alza lo sguardo. Legge il tempo e la scritta: world record. Meraviglia, estasi, esaltazione, cos’altro significa quella mano che accompagna l’incredulità? Per lei e tanti altri. Anche per Alberto Castagnetti, il ct della nazionale, che poi è il suo tecnico di società: bonario e pretenzioso, studioso e psicologo. Con lui è cominciata la rivoluzione di Federica. La nuova vita, il passato in un sacco, il futuro nella testa. Federica ora nuota da adulta, prima sembrava solo una ragazza troppo cresciuta. L’esplorazione nei 400 stile libero, fortemente voluta da Castagnetti, le ha regalato altre certezze. Ed una convinzione: «Posso farcela, ma casa mia sono sempre i 200 metri e l’ho dimostrato».

Ci voleva un record e per ora potrebbe bastare, anche se oggi ci sarà la finale: timori, tensioni, pure il rischio di perdere il primato, se non vincerà la finale. Non sarà facile ripetersi. «Ma io ho già vinto». Vincere significa avere fra le mani il record. Il primo pensiero che l’ha attraversata dice tutto: «Finalmente!». Il resto è una spiegazione più razionale: «Ce l’ho fatta! Mi tolgo un peso. Sono primatista del mondo: è quello che ho sempre sognato». C’è arrivata attraverso la sofferenza, lei la chiama «rivoluzione». Dopo l’argento di Atene, dopo quell’altro che l’ha fatta piangere ai mondiali del 2005, dopo un anno in cui ha lasciato il vecchio tecnico Max Di Mito, ha cambiato vita e città (da Milano a Verona), è rimasta a guardare durante gli europei di Budapest per un dolore alla spalla, ha perduto la leadership femminile. Ieri ha ripensato a tutto e a tutti, anche al tecnico lasciato con qualche malumore. «Uno dei primi pensieri è stato per lui. Il resto è stato merito mio: ho fatto la rivoluzione ed ho trovato la serenità». Serenità è vivere e lavorare a Verona, inseguire il successo ed il record. «Senza pensarci con troppa insistenza, come facevo prima. Forse ho esagerato. Ed ho pagato. Ho accantonato il pensiero ed ho fatto una scelta giusta». Ha cominciato a nuotare in modo diverso, made in Castagnetti. Dice lui: «Ha testa, orgoglio, allena più la testa dei muscoli, come i grandi atleti». Dice lei: «Ho fatto la gara perfetta, senza mai pensare al record. Sono stata sorpresa».

Fino a pochi attimi prima di scendere in vasca ha ascoltato una musica eccitante, incalzante, non sapeva fosse da record. Negli ultimi anni ha pianto tanto, pure dopo i 400 stile libero non era felice. «Anche se - racconta spesso -, quella che piange di più è sempre la carta di credito. Mi sfogo con lo shopping». Stavolta si è sfogata con un primato ed ora garantisce che poco le importerebbe se oggi non venisse la vittoria. «Un oro non vale il record». Il primato è una patente di qualità. Come i suoi tatuaggi: quello tribale sulla schiena, il draghetto sulla caviglia, l’araba fenice sul collo, ultimo della serie che voleva significare il simbolo della rinascita. Effetto immediato. Una volta c’era la Calligaris, simbolo della tenacia. Oggi c’è lei, che quando Novella vinceva non era nata. Racconta: «Il mio emblema di campionessa è stata Franziska van Almsick». Franziska ha coniugato bellezza e bravura. Federica è anche bella. Come Franziska? «Beh, se lo scrivete mi fate piacere».