La nuova dittatura di Mussolini sui mass media

Antisemitismo, complotto contro Pio XI, villa al mare: nell’archeologia del ’900 del Duce non si butta via nulla

Ammettiamolo: gli allarmisti che vedono squadracce di manganellatori dietro ogni angolo e camicie nere in ogni àndito ministeriale non hanno tutti i torti. Il fascismo ci assedia, è dovunque. Imperversa sui teleschermi, invade le pagine dei giornali, la fa da padrone nella saggistica. «Aridatece er puzzone» fu nel dopoguerra il motto cinico e qualunquista della romanità borgatara, dopo tanta romanità cesarea di cartapesta. «Er puzzone», Benito Mussolini, domina tuttora la scena. Di fronte a lui un Alcide De Gasperi - non parliamo poi dell’onesto e incolore Ferruccio Parri - fa figura di comprimario. Perfino nei giorni in cui la tragedia di Londra e la minaccia del terrorismo occupavano quasi per intero i notiziari e le prime pagine, il Duce ha ottenuto congruo spazio. Per Mussolini e il fascismo c’è sempre interesse, il ventennio che Benedetto Croce definì una parentesi nella storia dell’Italia moderna ha finito per diventare più importante, in quella storia, dei periodi fuori parentesi. Poco importa che del Duce si parli bene (non accade quasi mai, e per ottime ragioni) o male (è la regola). Basta che se ne parli e il libro o la trasmissione o la polemica va a gonfie vele. Ne ho avuto esperienza personale quando fui autore di alcuni «album illustrati» della Rizzoli - molte fotografie e ampi testi - su momenti cruciali della vita italiana. L’album dedicato a Mussolini surclassò nelle vendite gli altri. A noi il Duce e il fascismo, dunque. Presenze immancabili, oltre sessant’anni dopo il fatidico 25 aprile, nella nostra quotidianità di lettori o di spettatori televisivi: e presenze legittimate spesso da intenti revisionisti, ossia dal proposito di modificare giudizi acquisiti. Così Giorgio Fabre, in audace polemica con Renzo De Felice, ha di recente sostenuto nel suo Mussolini razzista che l’uomo della Provvidenza fu sempre antisemita, attribuendogli in proposito una coerenza - seppure meno veemente - di tipo hitleriano. (Noto per inciso che non condivido la tesi. Resto con De Felice. Se va a spulciare negli scritti e detti mussoliniani uno trova tutto e il contrario di tutto, il mangiapreti e il baciapile, l’antitedesco e il camerata dell’Asse, il pacifista e il guerrafondaio, il rivoluzionario rosso e il dittatore nero). L’Insonne ricompare - affiancato a Hitler - in una inquietante ipotesi di Piero Melograni: l’ipotesi cioè che la fine di Pio XI, il 10 febbraio del 1939, sia stata provocata o affrettata perché il Papa s’apprestava a rendere nota un’enciclica che condannava il razzismo e l’antisemitismo. Mussolini ebbe una parte nel presunto complotto? Melograni osserva che tra i dottori al capezzale del Papa era il professor Francesco Petacci, padre di Claretta. Puzza di bruciato. Melograni, studioso serio, riconosce che la vicenda va approfondita. Il mio modesto parere è che ci sia poco da approfondire e che al sospetto d’un assassinio del Papa manchi ogni ragionevole fondamento. Ma anche questo interessa, perché c’è di mezzo Lui. E sempre Lui è indirettamente chiamato in causa nella vicenda della villa di Riccione che l’aveva ospite nelle sue frequenti vacanze marine in Romagna. Dopo la Liberazione l’allora sindaco comunista della città avrebbe voluto abbattere l’edificio, contaminato dal tiranno. L’attuale sindaco diessino Daniele Imola l’ha invece restaurato e adibito a museo del turismo: da inaugurare con l’intervento di Romano Mussolini, figlio del Duce. La sinistra pura e dura è insorta, quelli di Azione sociale affluiranno a Riccione per impedire l’amarcord del Mussolini balneare, un esponente di Rifondazione comunista ha annunciato, senza che gli scappasse da ridere, che «stiamo monitorando i siti dei nostalgici». Ma l’Italia intera è un immenso sito non di nostalgie politiche ma di frammenti e memorie del ventennio. Anche i «minori» in camicia nera, giovandosi di luce riflessa, ottengono postuma considerazione. È il caso di Giuseppe Bastianini, gerarca e diplomatico; è il caso del professor Rodolfo De Mattei che fu un fervente mussoliniano ma che ripiegò in tempo sui suoi studi; è il caso di Goffredo Coppola che nel tempo della Repubblica di Salò accettò d’essere rettore dell’Ateneo di Bologna, e che fu giustiziato a Dongo. Il suo corpo venne esposto nel turpe ludibrio di piazzale Loreto. Tutti autobiografati o biografati. Agli altri, in particolare agli azionisti tutti d’un pezzo, vanno gli onori ufficiali e i discorsi delle Alte Autorità. Ma tra gli esperti di palinsesti e dell’editoria o anche tra il basso popolo non c’è partita, trionfa «er puzzone».