La nuova «gente de borgata»

Pantano, Finocchio, Tor Bella Monaca: fra orti, negozi e pensionati, il cuore della periferia romana è un Cristo pasoliniano

La finestra sulle borgate romane non l’avevo mai chiusa. In questi ultimi anni ne ho scritto molto. Ho girato anche due cortometraggi: Elogio delle Torri e Palio del bianco, e Roma tanta poca. Per questo non ne volevo scrivere più. Poi, invece, ho squadernato il romanzo di Walter Siti (Il contagio), che è una specie di Sky tg24 non tanto sulle borgate ma, è ovvio, sui borgatari, giacché, come dice l’autore, «il mondo sta diventando una immensa borgata». Allora ho preso e sono tornato a fare un giro in questa sorta di macelleria, di emporio che smercia sull’ultima frontiera umana dove le ossessioni del narratore, e degli stessi borgatari, non permettono mappe ragionate e dunque nessuna salvezza, perché il centro e la borgata si stanno abbracciando (di ciò eravamo da tempo consapevoli) nel loro catalogo zoologico. Anzi ho notato che Siti una volta sola cita la marca di un’automobile (Porsche Carrera). A proposito di Porsche, appena partito ne ho stimato uno da un rivenditore dietro Colonna. «È un 997 di sei mesi. È Esse. Costa tanto, è vero» mi ha subito inchiodato Giordano, già bello abbronzato nella sua camicia bianca. Poi, vedendo che non rispondevo, mi fa, a proposito della mia macchina, «guarda che la tua la prendo in permuta».
Dicevo di Siti che avrebbe dovuto ben sapere che per un borgataro l’automobile è tutto: più di Dolce & Gabbana, più delle Maldive. L’automobile di lusso è la bava alla bocca per gli amici e i nemici e, se vai in borgata da sconosciuto, con una supercar, è come se ci andassi con il proiettile in canna. Stanno lì ad ammirarti e a odiarti, o a capire se ci «fai» o ci «sei». Sei un miraggio e un intoccabile. Infatti dai tempi di Pasolini che ci girava in GT Alfa Romeo, non è cambiato molto. Ecco perché prendo e parto con la mia Maserati Cambiocorsa, in compagnia di Matteo che può sembrare tutto: uno spacciatore, un bodyguard, un sicario. Il mio braccio destro. E pure io, in fondo, posso essere tutto, anche se di questi tempi soffro di ipocondria e non mi piace niente. Comunque prendo e vado. Basette, capelli tirati, tuta nera Y3, scarpa giusta, occhiale verdastro.
Tagliamo i Colli Albani, a San Cesareo, e imbocchiamo la Casilina, basta il Raccordo, facciamo un piccolo pellegrinaggio anche se a bordo di un V8. A Pantano mi ricordo i muratori ciociari degli anni Sessanta che si costruivano la casetta di domenica. Noto che i binari del trenino che portava a Fiuggi sono stati divelti. In cambio c’è la nuova stazione Pantano; leggo «Pizza alla Pala» e mi incuriosisce il manifesto della candidata al VII Municipio che sembra una pornodiva, una trapezista di circo, la nipote di quei muratori che non rassomiglia neppure un filino agli zii di un tempo.
A Pantano ormai ci sono negozi che vendono di tutto, dai decespugliatori alle concessionarie, ma è a Finocchio che ora sembra di stare sulla Cassia e non più sulla Casilina, esattamente dopo la Tomba di Nerone, proprio verso la Braccianense, però può essere pure prima, e cioè prima della Tomba di Nerone. Insomma Finocchio, la piccola patria dei muratori di origini ciociare (più qui che a Pantano), si va trasformando in un quartierino residenziale con le sue cristallerie, con il suo veterinario, con la sua signora giovane che spinge la carrozzina e quando mi accosto e le chiedo: «Mi scusi, è più avanti Tor Bella Monaca?», lei non ha un battito di ciglia né si mette in guardia, è proprio una civilissima cittadina globale «prego, sì sì, è poco più avanti» mi fa. E quando ho il coraggio di dirle: «Ma qui è bello. Si vive bene a Finocchio?», lei sgrana gli occhi e mi risponde che suo marito ha qui lo studio legale, e nelle villette di seconda fascia i rumori di questo eterno incolonnamento di lamiere non arriva...
Intanto mi accorgo che il «Bar dello Sport» non è caduto in disgrazia neppure a Finocchio. Eccoli i vecchi muratori. Giocano a carte solo loro. Ma quando prima di entrare da discreto coatto gli lancio un «allora?», che dovrebbe suonare come una sollecitazione a una ulteriore vaga domanda o a una caustica risposta, tipo: «Allora è tutta ’na fregnaccia», oppure: «Allora se stamo a giocà du’ sordi, ni vedi che so’ morti de fame?», ai vecchi muratori gli leggo in viso tanti punti interrogativi come altrettanti sbadigli. Non c’è niente da fare, anche in borgata si è avari di parole.
A Tor Bella Monaca le torri sono sempre ventuno. E a via dell’Archeologia soltanto io potevo avere il coraggio di passarci con un Maserati, come anni fa lo ebbi trascinandomi dietro tre bellissimi cavalli bianchi mentre in molti mi imploravano di fargli fare un «giro». Ora i ragazzi infilati nella Smart invece non mi chiedono niente. E quando mi avvicino facendo finta di non sapere il nome di Santa Maria Madre del Redentore, la chiesa a forma di vela latina su viale Duilio Cambellotti, il grande artista che saldò l’Agro romano a quello pontino con le sue sculture di bufali e tori, i ragazzi si tirano su dai sedili, si mettono composti. «Sì me pare che se chiama così», mi fa quello con i capelli scalettati. «Come no’ sai!» gli ribatte quello che sta alla guida, «sei nato qua e no’ sai che è del Redentore?». Matteo che sta con me, porta degli occhiali da cicalone e pure lui non spiccica parole. A un certo punto tra noi e la Smart si avvicina un uomo sui sessant’anni che, senza essere interrogato, dice: «Il teatrino che fanno a’ sera hanno fatto quelli de Veltroni, ma noi stamo tutti con Alemanno. Abbiamo votato tutti lui».
Al nome del nuovo sindaco di Roma vedo che anche i ragazzi si rinfrancano, come qualcuno avesse trovato anche per loro la parola mancante o quella che non gli veniva in mente.
Dietro via dell’Archeologia ci sono ancora gli orticelli con le canne dei pomodori e qualche carciofo in ritardo con lo sviluppo. C’è un signore che vi si aggira. Ha la testa di un uovo e degli occhialoni da pesce. «Questo non è il mio orto» mi confessa timido, non reticente. E quando gli dico che tutta quella campagna intorno dovrebbe essere coltivata e magari prima si dovrebbe tagliare quell’erba alta due metri, lui pare sboccarsi e con entusiasmo ripete: «È vero, magari, è vero, altro che carciofi e pomodori si potrebbero piantare».
Quando entro in chiesa rivedo le sculture di Ceroli e una vecchina subito mi chiede dov’è la sacrestia, mentre altre tre aspettato l’ora del rosario nella cappellina laterale che funge anche da piccola chiesetta autonoma avendo un suo proprio ingresso. Infatti una delle donne mi sussurra: «C’è il Santissimo». Rivedo il grande Cristo di Ceroli, alto quindici metri. È un Cristo di legno trapiantato alla sua croce. È fatto a strati. Già tempo fa pensai che certo era una sagoma, ma soprattutto era il Centro, cioè il cuore delle borgate di Roma. Allora mi interrogo: lo sa Walter Siti che questo Cristo rappresenta l’ultima crocifissione pasoliniana?