La nuova guerra di Gerusalemme scoppia per il Muro del Pianto

L’Autorità nazionale palestinese fa suo uno studio che nega l’origine
del sito sacro agli ebrei. E fa marcia indietro solo dopo le proteste
internazionali. La reazione Usa non ferma però le nuove pretese di Abu Mazen sui Territori

Era una bugia troppo insopportabile perché reggesse. Era scritta sul sito dell’Autorità palestinese da mercoledì della scorsa settimana: il Muro del Pianto, la meta per eccellenza degli ebrei di tutto il mondo, che nei millenni gli ebrei, sfidando i più micidiali pericoli, non hanno mai mancato di presidiare come la pietra delle loro identità stessa, bagnandolo con le loro lacrime; carezzandolo come una persona cara; ricordandone, come è scritto nella Bibbia e come gli archeologi hanno certificato, la storia di muro occidentale del monumento grandioso distrutto dai Romani nel ’70 dopo Cristo, lo stesso cui Gesù fu condotto in pellegrinaggio da Maria e Giuseppe.. beh, è tutta un’invenzione degli ebrei. In realtà, dice il sito palestinese, è il muraglione delle Moschee cui Maometto, nel suo volo verso “la città lontana” come è scritto nel Corano che non nomina Gerusalemme, legò il suo cavallo Al Buraq con cui volò poi verso il Cielo.
Il sito ufficiale dell’Autorità Palestinese ha fatto sua una “ricerca” di cinque pagine a cura di Al Mutawakil Taha,viceministro dell’informazione, poeta e studioso. Scardinando secoli di documentazione e di amore verso il primo luogo ebraico di culto (se fosse stato negato così un sito islamico ora tutti i musulmani del mondo farebbero una rivoluzione mondiale), e ignorando anche i gesti di rispetto dei cristiani, come quello di Papa Giovanni Paolo che nel Muro, secondo la tradizione ebraica, pose un bigliettino di preghiera, il sito ufficiale palestinese ha ospitato Taha. Ha fatto cioè proprio il negazionismo sulla città di Gerusalemme che delegittima Israele, negandovi la presenza ebraica. «Il muro del Pianto non è mai stato parte di quello che è chiamato il Tempio Ebraico - afferma il rapporto - ed è stata semmai la tolleranza islamica a permettere agli ebrei di pregare e piangere là davanti».
La posizione negazionista nei confronti della storia ebraica di Gerusalemme è un’invenzione vecchia. Fu Arafat a tirare fuori per primo l’insostenibile menzogna che gli ebrei erano novellini dalle sue parti. Lo fece con convinzione, con voce flautata, e molti gli hanno voluto credere. Eppure gli ebrei non se ne erano mai andata dalla loro patria originaria, specie da Gerusalemme, anche quando romani, crociati, arabi davano loro la caccia. E vi hanno rappresentato per tutto il 19esimo secolo, pur sotto i turchi, la maggioranza. Bill Clinton a Camp David quando Arafat ammiccò dicendo che tutti sanno che gli ebrei non hanno a che fare col Monte del Tempio, gli intimò, letteralmente, di piantarla con quella menzogna pena l’interruzione dei colloqui di pace. Ma Arafat ne fece un cavallo di battaglia, e i suoi uomini non hanno perso occasione di cavalcarlo.
Stavolta si intravede però un ripensamento obbligato. Il sito ufficiale dell’Autorità palestinese ha cancellato lo “studio” di Taha perchè il governo americano non ha sopportato l’odiosa balla e lo State Department ha fatto sapere che «rifiuta completamente quei commenti come contrari ai fatti, insensibili, altamente provocatori..». Il presidente della commissione esteri del parlamento Howard Berman ha chiesto al presidente Abu Mazen e al primo ministro Salam Fayyad di denunciare al pubblico l’errore. Una reazione che ha portato al risultato della cancellazione del testo e ci insegna che l’odio potrebbe talvolta essere domato.
Ma nessuno ha reagito, invece, quando a Ramallah, lo scorso fine settimana, il Quinto Consiglio Rivoluzionario di Fatah, il partito dei moderati, la spina dorsale di Abu Mazen, ha dato il via ai lavori onorando il defunto Hamin Al Hindi, uno dei capi della strage delle Olimpiadi di Monaco del 1972 in cui furono uccisi senza pietà 11 atleti israeliani. Fatah ha anche preso una serie di decisioni che è molto difficile descrivere come moderate: è stata rifiutata la richiesta israeliana di riconoscere Israele come stato del popolo ebraico, chiamandolo stato razzista; è stato ribadito il “diritto al ritorno” dei profughi del ’48 e del ’67 coi loro discendenti, contando fino a 4milioni e oltre i palestinesi che dovrebbero stabilirsi in Israele; è stato rifiutato il classico “swap” territoriale di circa il 5% che consentirebbe di dare ai palestinesi, con l’aggiunta di zone omogenee, l’equivalente di tutta la Cisgiordania, conservando a Israele le zone densamente popolate da suoi cittadini, un punto presente in tutti gli accordi. Insomma, l’Autorità palestinese sembra muoversi verso la rottura con Israele e la dichiarazione unilaterale dello Stato. Una scelta molto estrema, di cui nessuno parla, mentre la questione del famoso “freeze” delle costruzioni nei territori è continuo banco di prova per misurare la moderazione di Bibi Netanyahu, il solito reprobo.