«Nuova guerra se Hezbollah non disarma»

Minacciose dichiarazioni della Siria. Lite Livni-Annan

Gian Micalessin

da Gerusalemme

La nuova guerra è dietro l'angolo, ma né Ehud Olmert, né Amir Peretz, né Dan Halutz faranno in tempo a vederla. Almeno non dalle stesse poltrone. Per tutti e tre tira già aria d'addio. E forse anche di gran giurì. Per l'opinione pubblica israeliana, premier, ministro della Difesa e capo di Stato maggiore sono i responsabili degli errori del conflitto e della mutilata vittoria conseguita con il cessate il fuoco. Ma il peggio deve ancora venire. La risoluzione 1701 votata dal Consiglio di sicurezza e accettata dal governo Olmert mostra già tutta la sua fragilità e tutta la sua ambiguità. E mentre Hezbollah ci sguazza Israele insorge.
Dopo il niet del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, alla consegna delle armi, i capi del partito di Dio fanno capire che l'esecutivo libanese ha già accettato un levantino accordo per accantonare la questione. Secondo il parlamentare sciita Hassan Fadlallah, intervistato da Al Jazeera, il governo di Fuad Sinora è d'accordo nel rinviare «sine die» sia il disarmo, sia il ritiro delle milizie sciite dal meridione del Paese. Nell'interpretazione del deputato sciita, la risoluzione 1701 richiede solo il dispiegamento di 15mila soldati libanesi nel sud del Paese, seguito da un progressivo ritiro delle truppe israeliane. L'interpretazione sarebbe alla base del compromesso raggiunto martedì da Sinora e dal presidente del Parlamento libanese Nabih Berrih per conto di Hezbollah.
In base a quell'accordo, le milizie sciite si limiteranno a nascondere le armi e l'esercito libanese farà a meno di esigerle. Il semplice dispiegamento di 15mila impotenti fantaccini, iniziato già ieri dopo l'approvazione dal governo di Beirut, ben difficilmente soddisferà Israele. «La risoluzione evidenzia la necessità di allontanare Hezbollah dal confine, di smantellarne l'organizzazione e di imporre un embargo sulle armi, se questo non avverrà dovremo agire. Se non ci sarà il disarmo, ci sarà un secondo round». A quale secondo round alludano i portavoce israeliani non occorre chiederlo.
A chiarire meglio contribuiscono anche il capo di Stato maggiore Dan Halutz, il suo vice Moshe Kaplinsky e i portavoce militari. In mancanza di un dispiegamento libanese o di un ritardo nell'arrivo della forza internazionale, Tsahal continuerà a mantenere il controllo delle zone del sud del Libano. La questione è stata affrontata dal ministro degli Esteri, la signora Tzipi Livni, in un difficile incontro con il segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, che, poche ore prima, aveva fatto imbufalire Israele negando che il disarmo di Hezbollah rientrasse nei compiti di una forza Onu incaricata soltanto di fornire appoggio tattico ai fantaccini libanesi. La Livni ha inoltre chiesto ad Annan di escludere dal contingente Onu truppe «nemiche» ovvero, secondo fonti del Palazzo di vetro, di Malaysia e Indonesia, con le quali lo Stato ebraico ha interrotto le relazioni diplomatiche.
Alle indecisioni dell'Onu e ai trabocchetti libanesi s'aggiungono le minacce lanciate, 24 ore dopo il raggiungimento del cessate il fuoco, dal presidente siriano Bashir Assad. A dar retta al presidente alawita, la vittoria di Hezbollah blocca i tentativi americano-israeliani di dominare la regione e apre la strada alla riconquista delle alture del Golan. Quelle parole suonano da queste parti come la prima conseguenza di una guerra che ha annullato il deterrente strategico d'Israele regalando alla Siria e ad altri Paesi l'illusione di poter tornare all'antica contrapposizione militare.
Ma prima di poter affrontare nuove guerre, Israele dovrà darsi un nuovo governo e affidare l'esercito a nuovi comandanti. I sondaggi in queste ore mettono alla gogna l'ex avvocato Olmert e l'ex sindacalista Amir Peretz considerati i principali responsabili delle indecisioni dell'esercito e delle inefficaci scelte strategiche. Il gradimento di Olmert è precipitato dall'80 al 40 per cento e quello di Amir Peretz dal 67 al 28 per cento. In queste condizioni Olmert potrebbe ritrovarsi costretto a dar vita a un governo di unità nazionale allargato a ciò che resta del Likud. Ma peggio di lui e del criticatissimo Peretz sta il capo di Stato maggiore Dan Halutz. Sul generale s'allungano non solo le ombre dell'incapacità, ma anche dell'infamia. Il 12 giugno scorso, mentre i suoi uomini si battevano per riportare i corpi di quattro carristi uccisi dopo il rapimento di due soldati e l'uccisione di altri otto, lui trovava il tempo, tr\a un consiglio di guerra e l'altro, di alzar la cornetta e dar ordine al suo consulente finanziario di vendere tutte le azioni. Quell'ordine, impartito davanti agli increduli ufficiali giusto in tempo per metterlo al riparo dall'imminente crollo della borsa di Tel Aviv, lo ha trasformato agli occhi dell'intera nazione in una sorta di Shylock del Mercante di Venezia. Un usuraio con le greche di cui Tsahal desidera liberarsi al più presto.