Nuova Ici e tracciabilitàLe parole anti crisiche fanno tremare il Pd

Democratici in imbarazzo: sono gli unici a difendere le tasse di Monti. Ma già temono la vendetta degli italiani alle urne

Ci sono due cose che non piacciono a nessuno: le tasse e i divieti. E poiché ogni società politica si regge sulle tasse e sui divieti, l’abilità maggiore degli uomini di governo consiste nel camuffare la realtà, imbellettandola: la sinistra, per esempio, ha sempre giustificato le tasse e i divieti in nome della solidarietà e della giustizia sociale.

Ora che la politica e l’Italia sono giunte al capolinea, tasse e divieti assumono un altro, più insinuante significato: servono a salvare il Paese. Non sappiamo ancora se il governo dei tecnici metterà mano alle grandi riforme liberali che nessuno in questi vent’anni è stato capace di fare; di certo metterà le mani nelle nostre tasche, secondo la regola aurea che quando i soldi finiscono, lo Stato li va a cercare nelle case dei contribuenti.

Proprio la casa è oggi al centro della tempesta. Nel suo discorso d’insediamento, Monti ha detto chiaro e tondo che l’esenzione fiscale degli immobili è un’anomalia europea; e da giorni, infatti, si dà per scontata la reintroduzione dell’Ici (che poi la si voglia rinominare «Imu» è soltanto perché l’amore dei burocrati per le nuove sigle si sposa perfettamente con la volontà dei politici di imbrogliare gli elettori). Opportunamente sondati sull’argomento, gli italiani, pur essendo in generale entusiasti del nuovo governo, si sono fatti improvvisamente molto freddi: l’Ici, secondo la maggioranza, non dovrebbe toccare la prima casa. Il risultato del sondaggio è ovvio: la maggioranza degli italiani possiede una casa (e una soltanto). Ma la maggioranza degli italiani è anche quella che decide chi vince le elezioni. E qui il problema, soprattutto a sinistra, si fa complesso. L’opposizione esplicita della Lega e la scelta di Berlusconi di mettersi (come direbbe Bossi) dietro un cespuglio in attesa degli eventi, fa pendere questo governo pericolosamente a sinistra. E questo, per la sinistra, è un pericolo molto serio.

Al Nazareno sono infatti preoccupati perché quando Monti presenterà finalmente i suoi provvedimenti, il Pd rischia di restare da solo a difenderli di fronte ad un’opinione pubblica prevedibilmente frastornata. La parola magica con cui il partito di Bersani spera di attutire l’impatto dell’Ici è «patrimoniale», cioè - nella vulgata dei comizi e dei talk show - una «tassa sui ricchi» che faccia finalmente pagare chi non ha mai pagato. Più tasse per tutti è il massimo che il Pd oggi può offrire al suo elettorato. E se Bersani si tiene come responsabile economico Stefano Fassina, assai più vicino alla Fiom che alla Bce, è precisamente perché oggi al Pd fa comodo mostrare due facce: la prima, movimentista e d’opposizione, tiene alta la bandiera identitaria, mentre la seconda, responsabile e di governo, tratta nuove tasse e nuovi divieti.

E qui torniamo al punto di partenza. Se l’Ici è una tassa odiosa (e bisognerà pur ricordarsi che nel 2006 Berlusconi, nell’ultimo duello televisivo con Prodi, rovinò la vittoria del Professore proprio promettendo l’abolizione integrale dell’imposta sulla prima casa), la «tracciabilità» è un divieto che rischia di diventare ancor più insopportabile. Rendere obbligatoria la «moneta elettronica» (carte di credito e bancomat) al di sopra dei 300 euro, o addirittura per ogni tipo di transazione, significa in pratica vietare l’uso privato del denaro. Niente male come divieto, considerando che i soldi di cui si parla (quei pochi sopravvissuti alle tasse) sono pur sempre i nostri. A favore della tracciabilità si è subito schierata, nel nome della lotta all’evasione fiscale, la sinistra giudiziaria capitanata dall’Italia dei Valori e dall’indomita Milena Gabanelli: forse pensando che, ora che non c’è più Berlusconi da tenere sott’occhio, la Guardia di Finanza potrà dedicarsi a braccare le vecchiette senza bancomat.

Anche in questo caso, come in quello dell’Ici, il Partito democratico rischia di trovarsi fra due fuochi. Costretto dalla propria cultura a difendere tasse e divieti in un paese già stritolato da imposte e regolamenti, trincerato nel fortino dell’«impegno nazionale» che Napolitano e Monti gli hanno costruito intorno, esposto ai venti della rivolta indignata, grillina, operaia, studentesca e presto dipietrina e vendoliana, il povero Pd si guarda intorno smarrito. Soltanto un mese fa al Nazareno circolavano le liste dei ministri del governo Bersani...