Nuova Irpef, così l’Unione prepara la stangata

Gian Battista Bozzo

da Roma

Anticipazione dopo anticipazione, intervista dopo intervista, sussurro dopo sussurro, ormai il piano appare chiaro: il governo Prodi riscriverà la curva delle aliquote Irpef, cancellando il secondo modulo della riforma Tremonti che aveva ridotto a tre più una - 23%, 33%, 39%, 43% (39% più 4% di solidarietà oltre i 100 mila euro di reddito) - le aliquote dell’imposta sul reddito personale. L’ipotesi è di ridurre al 20% l’aliquota iniziale, non si sa fino a quale scaglione di reddito. Ma si tratta di una strada molto difficile: «Per la finanziaria già servono 8-10 miliardi di nuove entrate - spiega Renato Brunetta, economista ed esponente di Forza Italia - e l’abbassamento dell’aliquote minima è costosissimo perché interessa tutti i contribuenti».
Comunque, l’Irpef cambierà rotta di 180 gradi rispetto al programma del centrodestra che ipotizzava un punto d’arrivo con due sole aliquote (23 e 33%). La progressività dell’imposta sarà accentuata: dunque, più aliquote, più scaglioni, un diverso sistema di detrazioni e deduzioni. Di sicuro, un qualche sistema per venire incontro ai cosiddetti «incapienti», i cittadini che hanno reddito troppo basso per godere di uno sconto fiscale. E se la manovra sull’Irpef sarà a costo zero, questo significa che i redditi medio-alti pagheranno di più. «L’obiettivo di Visco - spiega Maurizio Leo (An), componente della commissione Finanze della Camera - è di fare piazza pulita del secondo modulo della riforma Tremonti. Così verrebbero penalizzate quelle classi medie che hanno avuto benefici dalla riforma. Il viceministro inoltre dimentica - aggiunge Leo - che il centrodestra ha ampliato la platea degli esenti dall’imposta».
Non sarà soltanto la nuova Irpef il «piatto forte» fiscale della Finanziaria. Molti altri gli interventi in cantiere, dalla ristrutturazione dell’Anagrafe tributaria alla revisione degli studi di settore, dalle nuove imposte sulle rendite finanziarie al ripristino della tassa di successione, alla revisione degli estimi catastali. Per quanto riguarda le rendite finanziarie, l’ipotesi che circola - e non da ora - è l’armonizzazione delle diverse aliquote in un prelievo del 20% (pari cioè alla possibile aliquota iniziale dell’Irpef). Rispetto a oggi, questo significherebbe un maggiore incasso di circa 4 miliardi di euro. Ma bisogna tener conto che sui titoli di Stato (Bot, Cct, Btp) le opzioni sono diverse: ad esempio, per i piccoli investimenti potrebbe restare l’attuale prelievo del 12,50%. Per quanto riguarda la tassa di successione, Visco ha indicato una soglia di esenzione in «poco più di 370 mila euro», ovvero il valore di un piccolo appartamento. Prodi aveva parlato di milioni.
Molto ampio il capitolo della lotta all’evasione, che ha già preso il via fra le polemiche con il decreto Bersani-Visco. Si comincia con la ristrutturazione dell’Anagrafe tributaria, centrata sui controlli personali. «È un clamoroso ritorno al passato - spiega Roberto Salerno (An), della commissione Finanze della Camera - Visco vuole introdurre il vecchio redditometro, in versione più sofisticata e vessatoria, in quanto prevede la schedatura di ogni cittadino». Contrarie alla vecchia-nuova Anagrafe, le categorie produttive. «Chi produce deve essere pronto a scendere in piazza contro il fondamentalismo vischiano», attacca il segretario della Dc, Gianfranco Rotondi. Mentre il centrista Luca Volontè aggiunge: «Sulla manutenzione fiscale di Visco, nel silenzio vacanziero di Padoa-Schioppa, guarderemo ai fatti. Finora, quella di Visco è stata un’impostazione vecchia e intollerabile perché non riserva attenzione né alla famiglie numerose, né a quelle monoreddito». Si parla anche della revisione degli studi di settore, le soglie di reddito presunto al di sotto delle quali scattano gli accertamenti per autonomi e professionisti.
Per il momento, nulla è in cantiere per quanto riguarda la grande impresa. Secondo gli artigiani di Mestre, è invece nei grandi gruppi il cuore del problema: «Il 50% delle nostre grandi imprese, dalla Fiat alla Ferrari, da Wind a Conad - osserva la Cgia mestrina - sono in perdita o dichiarano reddito zero. Ma il governo pensa solo all’evasione degli autonomi».