La nuova Italia col vento in faccia

Dalle strade al cinema, lo scooter simbolo di un Paese. La rinascita degli anni scorsi firmata da Giovannino Agnelli

Vespa. Esisteva prima di Porta a Porta. Molto prima. Era una cosa fresca e bella, un faccia a faccia con il vento e l’aria dei favolosi anni Cinquanta e Sessanta, era l’Italia che in attesa del colore viveva in bianco e nero, dopo la guerra intendo, marciando ma non correndo; era la fuga verso il campo ed eventuale camporella, era la gita, era la nuvola di fumo biancastro. Era il derby con la Lambretta, Coppi e Bartali, Loren e Lollobrigida, Diccì e Piccì, sempre un duello, secondo usi e costumi nostrani.
Dietro lo scudo stava il guidatore, alle sue spalle, con le gambe belle tese, strette, a sinistra per bilanciare il peso del motore che scaldava dall’altra sponda, posavano il loro corpo, femmine che fino a un momento prima erano persone, donne, esseri qualunque ma non appena facevano sentire il loro peso sul sellino e noi davamo un colpo al gas ecco che la vita diventava bella, e l’essere, la persona, la donna si trasformava in femmina fatale, scapigliata oppure dotata di foulard chiuso sotto il mento. E verso di lei gli astanti si facevano gruppetto e quasi folla e guardavano e sbirciavano: la gonna era salita di quel tanto giusto, la coscia faceva immaginare l’inimmaginabile, spuntava il reggicalze, era un cinematografo gratis. Per eventuali esigenze di famiglia trovava il suo posto anche il pupo: stava tra lo scudo e il pilota, aggrappato alla ruota di scorta, in tre e senza casco, a settanta all’ora, allora, la famiglia Brambilla in vacanza.
Vespa era un’Italia più leggera e dunque più vera, erano cinque lettere facili da leggere e da mandare a memoria, un sostantivo che godeva di eccezione grammaticale: diventava Vespone o Vespino, a seconda della cilindrata, senza perdere un solo fiato del suo bel respiro. La parcheggiavi dovunque e comunque, rarissimamente, quasi mai sul marciapiede perché allora si aveva maggiore rispetto del pedone e del suo passeggiare; meglio sotto la tettoia, magari stava ferma tutto l’inverno, tiravi l’aria e tornava in moto, senza tossire a parte qualche storica ingolfata di cui portai le tracce per tempo, da bimbo. Mi ero avvicinato al tubo di scappamento, il Vespone grigio come tutti i Vesponi del mondo, era stato appena spento ma la canna era ancora bollente come il sole, furono necessari impacchi di sale (bastardi dentro!) in quantità industriale per curare l’infante sprovveduto e frignante.
Vespa era l’Italia meno spaghettara e mandolinara per gli americani che erano sbarcati nel bel Paese a divertirsi e fare soldi. Dico quelli di Hollywood, gente del cinema e da cinema: Vacanze romane su tutti, Gregory Peck lucido di brillantina Linetti, camicia, cravatta, abito, scarpe di vernice porta a spasso nella città eterna Audrey Hepburn vestita di amore dolcissimo e con addosso una gonna gonfia che, smentendo la leggenda popolare, copre abbondantemente ogni parte del suo corpo, arriva alle caviglie, azzera la fantasia ma concede ugualmente il sogno romantico. La Vespa diventa attrice buffa e complice, con quel faro basso, quasi un brufolo sul parafango; eppoi altre pellicole di nostalgia. La Dolce Vita, Poveri ma Belli, Fellini e Risi e scivolando tra i giorni attuali Moretti in Caro Diario o Jude Law senza casco che fa lo sciupafemmine in Alfie per andare a Nicole Kidman che, a cavallo di una Vespa color del cognac, riesce a seminare i detective che la pedinano, il film è The Interpreter.
Ma qui siamo nella fase moderna, dove il vintage viene usato come memoria di arredo, come il juke box o il telefono a gettoni. Vespa resiste al tempo che è venuto, sessanta anni non sono nulla se soltanto pensiamo a quello che i motori hanno bruciato in questo secolo, ai modelli venuti e ai modi di andare. Sessanta anni sono una celebrazione per la fabbrica di Pontedera che ha dovuto fare i conti con le tecnologie e i giapponesi e poi anche i cinesi. Giovannino Alberto Agnelli la rilanciò, dirigendo l’azienda, scorrazzando per le colline dell’Umbria, immagine di nuovo fresca e antica. E oggi eccola di nuovo là, ultima idea, GT 60 con il fanale sul parafango, il manubrio orizzontale, gli specchietti un po’ yankee. Sembra di rivedere Gregory e Audrey, sento il calore di un tubo di scappamento, preparo il sale. E mi metto a piangere.