La «nuova mafia del Brenta» voleva eliminare l’ex boss Maniero

Omicidi, furti, rapine, traffici di armi: tre anni di indagini e le rivelazioni di un pentito portano in carcere 33 persone. Tra i loro progetti anche quello di uccidere due funzionari di polizia

Marino Smiderle

da Padova

L’idea era quella di presentarsi con due biglietti da visita eclatanti, giusto per far capire di cosa fosse capace la «Nuova mala del Brenta». Per prima cosa volevano far saltare in aria, magari con una bomba, il loro ex leader, Felice Maniero, detto Faccia d’angelo, un tempo amatissimo e temutissimo e oggi odiatissimo perché considerato un traditore della peggior specie, un pentito da ammazzare senza pietà. E poi volevano anche farla pagare a due poliziotti «duri», Alessandro Giuliano (figlio di Boris Giuliano, il dirigente della Mobile assassinato a Palermo 25 anni fa) e Diego Parente, che all’epoca erano rispettivamente capo della Mobile di Padova e di Venezia. Per far fuori Giuliano, tanto per dare un’idea delle loro strategie operative, avevano pensato di attaccare la questura di Padova a colpi di bazooka.
Dovranno cambiare programma visto che, dopo un’indagine accuratissima durata tre anni, ieri la polizia ha arrestato 33 persone e sequestrato l’arsenale di quella che avrebbe dovuto essere la banda più pericolosa di tutto il Nord Italia, edizione riveduta e corretta, molto corretta, della vecchia mala del Brenta, uscita a pezzi dalle rivelazioni di «faccia d’angelo». A pezzi ma non completamente distrutta. È stato il questore di Padova, Alessandro Marangoni, a ricordare che questa banda voleva accreditarsi come la «Nuova mala del Brenta» e che proprio la questura padovana doveva essere oggetto di un clamoroso attentato, a colpi di bazooka, per uccidere Parente e Giuliano.
È stata un’operazione imponente, quella coordinata dal pm di Padova, Renza Cescon. E importantissima per tanti motivi. A partire dai numeri: 33 arrestati, accusati di una sfilza di reati che vanno dall’associazione a delinquere all’omicidio, dal tentato omicidio alla rapina, dal riciclaggio alla ricettazione, dal furto al traffico alla detenzione e porto illegale di armi. E poi che dire della santabarbara a disposizione di lorsignori, considerato che la polizia ha sequestrato qualcosa come 12 kalashnikov, 22 pistole, 5 chili di esplosivo al plastico, 23 caricatori per fucili, 6 caricatori per pistola calibro 9 e un enorme quantitativo di munizioni.
Come si è arrivati alla quadratura del cerchio, come si è riusciti a sgominare questa gang di criminali decisi a tutto? In questo caso grazie a un collega di Maniero, collega in fatto di pentitismo, ovviamente. Sì, perché a dare una mano decisiva agli inquirenti è stato un ex componente della banda, ora passato nella lista dei collaboratori di giustizia. Circa tre anni fa Stefano Galletto, 41 anni di Dolo, un passato di professionista del kalashnikov e ora agli arresti domiciliari, ha deciso di parlare. Parlare tanto, se è vero che gli investigatori hanno riempito 3.600 pagine di deposizioni. Il provvedimento di custodia cautelare firmato dal gip Cesarina Bortolotti di pagine ne ha riempite 600, tante ne sono volute per riepilogare la lista dei reati a carico degli arrestati. In quel provvedimento giudiziario vengono ripercorsi tredici anni di scorribande, di assassinii, di rapine. Tutte azioni eseguite con la stessa spietatezza. Giuliano ha ricordato due episodi di questa lunga sequenza sanguinosa: l’uccisione di Cosimo Antonazzo, la guardia giurata bellunese che era alla guida di un furgone portavalori assaltato dalla mala del Brenta nel Trevigiano e la morte di Gianni Nardini, giovane camionista che ha avuto il torto di trovarsi alla guida del suo bestione lungo l’autostrada Padova-Bologna proprio durante uno scontro a fuoco tra mala e polizia.
Crudeltà, piombo ed esplosivo: questi i tre dannati ingredienti che hanno sempre caratterizzato le scorribande dei banditi nel Veneto. Sempre Giuliano, uno che avrebbe dovuto finire crivellato dal piombo dei kalashnikov importati dall’Est Europa, ha ricordato le modalità tipica dell’azione made in Brenta: «I criminali inseguivano il furgone portavalori in autostrada - ha spiegato il capo della Mobile veneziana - e dopo averlo superato sparavano. Non importa dove finiva quel piombo». Ora la corsa è finita. I pretendenti al trono di Maniero dovranno accontentarsi di un posto in cella.