La nuova moda dei laici: giocare a fare i sacerdoti

Ruggero Guarini

Molta emozione ha destato l'appassionata eloquenza con cui Massimo Cacciari, sere fa, nella sala dell’Auditorium dell’Assolombarda a Milano, affollatissima per un simposio sull’efficacia terapeutica della preghiera, dovendo confrontare le sue idee sull’argomento con quelle di un famoso monsignore (il biblista Gianfranco Ravasi), di un’arguta monacella (suor Ignazia Angelini) e di un cineasta di dichiarata fede cattolica (il regista Ermanno Olmi), ha spiegato loro quanto pregare faccia bene non solo alla salute dell’anima ma anche a quella del corpo.
Sembra però che alcuni dei tanti convenuti a questo match di mistica leggera, si siano chiesti per quale oscura ragione a tanti uomini e donne di chiesa piaccia tanto, da qualche tempo, farsi spiegare e illustrare i misteri della loro fede da pensatori laici e possibilmente villosi, e perché, specularmente, a tanti filosofi laici, villosi o glabri che siano, piaccia tanto farsi spiegare i misteri della loro miscredenza da uomini e donne di chiesa.
Il problema interessa anche noi. Ma soprattutto interessa il nostro amico Berlicche, un distinto diavolo di serie B ma pieno di curiosità spirituali, tanto che segue sempre con grande interesse tutti i seminari, i convegni, le tavole rotonde, le conferenze e i dibattiti che con sempre maggiore frequenza vengono promossi nel nostro paese per permettere alle sue più fulgide star del pensiero e della fede di prodursi nella ormai famosa sit-comedy intitolata «Fede, Speranza e Vanità». E poiché sul contenuto e sul senso di queste adunanze, se glielo chiedo, Berlicche è sempre disposto a ragguagliarmi, dietro mia espressa richiesta mi ha rivelato che ieri sera, in quella sala, non pochi ammiratori del Cacciari si sono chiesti perché, visto che sulle cose della fede lui la sa molto più lunga di qualsiasi monsignore, non si è ancora fatto prete; mentre altri, a loro volta, si sono chiesti perché quel Ravasi, visto che l'affetto del Cacciari sembra attirarlo più di quello del Papa, non getta la tonaca alle ortiche e non si mette a fare il filosofo laico. Ed ecco la risposta di Berlicche: «Il vero motivo del grande piacere che certi prelati e certi filosofi traggono dal confrontarsi in pubblico fra loro sui massimi problemi della vita e della morte risiede nel fatto che essi, essendo gli uni il rovescio degli altri, non possono sottrarsi al dovere di giocare una partita che per riuscire eccitante esige che essi rimangano quello che sono: laici gli uni, preti gli altri».
Avendogli poi chiesto di essere più chiaro, ha scodellato questa spiegazione: «Deve sapere, gentile amico, che così come ci sono ottimi preti che continuano a fare i preti per la semplice ragione che essi sanno che se non fossero appunto dei preti le loro pretese arditezze politiche e teologiche, di vago sapore ereticale, perderebbero tutto il frisson che gli deriva appunto dal venir proclamate da uomini di chiesa, similmente esistono eccellenti pensatori laici che, pur essendo più preti dei preti, resistono alla tentazione di prendere i voti perché sanno che se lo facessero i loro mistici crucci non desterebbero più alcun interesse»
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