Una nuova molecola per combattere lo sviluppo dell’Aids

Una nuova molecola chiude al virus Hiv (il responsabile della Sindrome da immunodeficienza acquisita, Aids) la porta di ingresso nella cellula, bloccando a monte la possibilità che si replichi e infetti altre cellule. Maraviroc, il nome scientifico di questo innovativo farmaco orale anti-Hiv, è oggi disponibile anche in Italia ed è il capostipite di una nuova classe chiamata gli inibitori dell'ingresso. Promosso a pieni voti dagli esperti italiani, il nuovo composto, in combinazione con altri farmaci antiretrovirali, prescritto e dispensato solo dalle strutture di malattie infettive, è dotato di un meccanismo d'azione completamente diverso dagli altri trattamenti, finora impiegati.
Spiega Adriano Lazzarin, direttore del dipartimento di malattie infettive dell'Irccs San Raffaele di Milano: «Maraviroc funziona bloccando il principale co-recettore che il virus Hiv utilizza per entrare nella cellula, il CCR5. Impedire l'ingresso al virus, infatti, vuol dire bloccare a monte i suoi meccanismi di replicazione. Gli altri farmaci agiscono quando il virus è all'interno nella cellula e probabilmente ha già provocato alcuni danni. Si è visto che l'Hiv ha due modalità con le quali inserirsi nelle cellule del sistema immunitario: nel primo caso usa il co-recettore CCR5 tipico delle prime fasi dell'infezione, e nel secondo il co-recettore CXCR4, che si sviluppa dopo anni di malattia. Nei pazienti già trattati con farmaci anti-Hiv, nel 50 per cento dei casi il virus utilizza il co-recettore CCR5 - afferma Lazzarin - mentre i pazienti che non hanno mai ricevuto un trattamento sono quasi tutti naturalmente sensibili a Maraviroc».
Per determinare la capacità del virus ad utilizzare l'uno o l'altro co-recettore, o entrambi, occorre sottoporsi ad un test diagnostico specifico (Trofile), ad oggi eseguibile alla Monogram Biosciences di San Francisco in California.
L'esame permette di individuare a priori i malati che risponderanno alla terapia. I pazienti potranno rivolgersi all'ospedale presso cui sono in cura e, di concerto con il proprio medico curante, inviare un campione di sangue al laboratorio americano dove l'indagine verrà eseguita gratuitamente. Negli ultimi anni la ricerca farmacologica ha fatto progressi in questo campo. Nell'arco di un decennio si è passati da un'infezione mortale nel cento per cento dei casi, ad una mortalità inferiore al 10 per cento, simile a quella della polmonite. «L'Hiv non è più una condanna ineluttabile, tuttavia i problemi che rimangono da affrontare sono ancora molti - precisa Mauro Moroni, direttore della clinica di malattie infettive dell'università degli Studi di Milano, ricordando le difficoltà che si incontrano nella cura: la terapia non eradica il virus, ma cronicizza la malattia». I risultati ottenuti dalla ricerca fanno ben sperare per il futuro. Ancora pochi anni orsono le armi terapeutiche erano limitate, ora crescono anno dopo anno.