La nuova ninfetta del romanzo francese vorrebbe sposare Pete Doherty

S tavolta ha quindici anni. Un anno in più della sua protagonista, Paloma in vacanza sull’isola di Bréhat, qualcuno in meno rispetto a chi l’ha preceduta. Le varie Melissa P., Veronica Q., Catherine M.... Le lolite dello scaffale, insomma. L’ultimo fenomeno editoriale francese si chiama Carmen Bramly, frequenta il liceo Fénelon di Parigi, vorrebbe avere un rapporto sessuale con Pete Doherty (quello con cui non vuole più averne Kate Moss) ma lo lascia dire a Paloma, è figlia d’arte e con il suo libro Pastel fauve (lei, in realtà, non arrossisce per nulla) ha ulteriormente abbassato l’asticella dell’età delle romanziere «erotiche». O quanto meno di quelle che hanno deciso di rendere partecipe l’universo mondo dei propri turbamenti adolescenziali, convinte come sono, alla maniera di Victor Hugo che «ogni volta che dico “io” è di voi che parlo, miserabili».
Così è arrivata anche Carmen a spiegarci il primo amore, il primo sesso, la prima sorsata di vodka, la prima autointossicazione psicologica. È arrivata anche Carmen che vorrebbe rotolarsi in un letto con Doherty. Come Clizia Gurrado che negli anni Ottanta voleva sposare Simon Le Bon (Sposerò Simon Le Bon, appunto). Ne fecero addirittura un film, lei ovviamente non sposò il cantante dei Duran Duran, sei mesi dopo cambiò idolo e oggi, quarantenne e alla guida di un service editoriale ammette: «Se mia figlia mi chiedesse di seguire un personaggio famoso le direi di no».
O come Silvia Valerio che vorrebbe regalare la sua verginità a Mahmoud Ahmadinejad (C’era una volta un presidente. Ius primae noctis) affascinata com’è da quest’uomo «tanto elegante», convinta com’è che questo presidente sia «l’unico capace di andare oltre le solite politiche di equilibrio. Per fare una metafora da circo, lui, tra gli uomini di Stato, è un lanciatore di coltelli mentre gli altri solo dei clown». E così ha scritto un libro la Valerio, per dire al presidente iraniano che vuole essere solo sua. O sua o di nessuno.
È arrivata anche Carmen che soffre e devia e brucia senza nemmeno essersi autoflagellata con Centi colpi di spazzola prima di andare a dormire. È arrivata anche Carmen a sbigottire i genitori benpensanti, a sollevare il velo di apparente ordine che appanna certe vite tutt’altro che tranquille come già aveva raccontato Marilù Manzini in Io non chiedo permesso e poi in Il quaderno nero dell’amore. Col primo la Manzini aveva fustigato l’alta borghesia emiliana grazie a Giulia, col secondo aveva esplorato le disavventure erotiche di un’aspirante velina e di un discotecaro bamboccione. Fiumi d’alcol e nuvole di coca anche lì. Come nel Vietato ai minori di Veronica Q., altra biografia estrema (quella aveva addirittura quattordici anni), altra fetta di società bene-benissimo (stavolta romana), altra indigestione di sbandate. Una che non si faceva mancare niente Veronica: dall’anoressia alla bocciatura al sesso «cattivo». E pensare che tutto iniziò con un viaggio premio a Londra. L’avesse saputo sua madre, poveretta. E ora c’è Carmen a rimpolpare questa frenetica produzione letteraria. Carmen e le altre a sfornare, più in fretta di quanto vivano, pagine sulle quali sembra di stare come su un ottovolante. Tra rabbia e ringhi e strappi stesi tra il nulla e il nulla. Non sono trame, sono disagi portati avanti per decine di volumi. Eccessi lunghi e fiato corto. Come quello che viene a chi legge, chissà poi per andare dove, per farsi portare dove. Dentro alle notti sprecate, dentro alle fantasie intasate, dentro a ettolitri di vodka.
E non hanno ancora vent’anni... Per i quaranta possiamo augurare loro di raggiungere la pace dei sensi. Meglio, la pace. I sensi, a voler ben vedere, forse non li hanno mai raggiunti.