La nuova povertà bussa a conventi e chiese

Gli ordini religiosi non danno più denaro ma cibo e assistenza

«A che serve dare a certi poveri scatole di cibo quando poi le gettano nei cassonetti o le lasciano per strada?» Questa la denuncia di Padre Carlo, Agostiniano Scalzo del Santuario della Madonnetta, sulle alture di Genova. Nei giorni scorsi si è fotografata la situazione dei mendicanti nel cuore di Genova, ma spostandosi in periferia la situazione non muta di molto. Meno persone, forse, per le strade, ma tanti quelli che bussano a conventi e chiese. Tanti quelli veramente bisognosi e che possono essere concretamente aiutati, ma altrettanti quelli che sfoggiano le loro migliori doti d'attori per ottenere solo dei soldi. Padre Carlo racconta di un gruppo di 30 ragazzi, italiani e latino-americani, che periodicamente passava alla Madonnetta per chiedere un po' di cibi in scatola. «Dopo che abbiamo trovato la pasta sparsa per salita della Madonnetta , i cartoni di latte a lunga conservazione intonsi gettati nell'immondizia e persino le scatolette di carne e tonno buttate vie senza essere nemmeno aperte, abbiamo iniziato a fare molta più attenzione…».
Ma come è possibile questo fatto?
«Semplice, evidentemente erano cibarie che non riuscivano a rivendere perché avevano ben stampato il marchio Aiuto Cee... Ricordate il gruppo di cinesi scoperto qualche tempo fa perché rivendeva questi prodotti? Purtroppo anche altri usano questa tecnica...».
A bussare periodicamente al convento degli Agostiniani Scalzi c'è poi un «mezzo indiano che fa finta, tutte le volte, di non essere mai stato qui e che dice di voler ritornare per sempre nella sua terra d'origine… Dopo sei mesi è puntualmente qui, ma noi soldi non ne diamo più. Ascolto sì, sempre, ma dare soldi non serve». Infatti, aggiunge Padre Carlo sulla scia di quanto detto dagli altri operatori sociali e sacerdoti della curia: «Se tu oggi dai 5, domani ti chiedono 10. E la dipendenza aumenta e i problemi non si risolvono!»
Si diceva che molti sono anche bravi attori. Sentite qua: «Qualche mese fa vennero a bussare due tipi vestiti con gli stracci e tutti ingobbiti. Italiani e bisognosi del solito aiuto in denaro. Qualche settimana dopo sapete dove troviamo uno di loro? In Via Venti, a passeggio con la moglie, vestito in giacca e cravatta! E posso testimoniare con certezza che fosse proprio la stessa persona!».
Dalla zona del Righi a quella di Rivarolo. Qui un giorno si e l'altro pure, gruppi di sudamericani danno luogo a piccole liti che a volte si trasformano anche in vere e proprie risse. I cittadini sono spesso esasperati, specie la notte, per le urla. Ma appena la volante di turno passa tutto tace, poi appena svolta l'angolo, riprendono. I parroci non sanno nemmeno più loro che fare: «Non vogliono altro aiuto che i soldi. E se non dai loro quello che vogliono, non ti rivolgono più la parola. Anzi, se possono ti fanno qualche dispetto...». Capita così di vederli trafugare nella cassetta delle elemosine per arraffare anche solo pochi spiccioli. Se beccati con le mani nel sacco, dicono: «Ci servono, non arriviamo a fine mese!» Ma di venire ad un centro d'Ascolto della Caritas a parlare degli effettivi problemi, a volte manco se ne parla.
I Centri d'Ascolto della Caritas. Sono diffusi per tutto il territorio: 37 in Diocesi e 70 complessivamente in tutta la Liguria. C'è molta confusione intorno a queste realtà. Iniziamo dal dire che cosa non sono: non si tratta né di mense, né di dormitori, né di centri di distribuzione di viveri, vestiario e, tanto meno, denaro. I centri d'ascolto - spiega Lucia Foglino della Caritas diocesana - sono finalizzati al costruire un progetto sulla persona per far sì che diventi autonoma e auto-sufficiente. Il centro d'Ascolto, di fatto, può anche operare un intervento di erogazione in denaro, ma è sempre un intervento ben mirato, come il pagare una bolletta o parte di essa ad un anziano o ad una famiglia. «La logica che vi sta dietro è questa: io ti pago la bolletta, ma vediamo che fare per te. Stabiliamo ad esempio un progetto di riqualificazione sociale per trovare un lavoro. Dare soldi, infatti, è cronicizzate la povertà!».
L'Osservatorio delle povertà e delle risorse. I dati raccolti dai Centri d'Ascolto in questi 7 anni dicono che accanto ad una povertà economica vi è spesso una povertà di salute non dichiaratamente diagnosticabile. Si tratta di incapacità relazionali, principalmente dovute a stati di depressione e di ansia. Oppure dell'incapacità di mantenere un lavoro per un lungo periodo. Il disagio psico-relazionale, denunciano gli operatori dell'Osservatorio, è diffusissimo. Ecco qualche dato numerico. Ai centri d'Ascolto, si presentano mediamente 5 mila persone all'anno. Quasi tutte con famiglia alle spalle. Gli anziani sono meno del 20 per cento e di solito denunciano problemi economici di reddito insufficiente perché hanno ancora qualche figlio a carico.
Un altro grande problema che emerge, dall'analisi effettuata dall'Osservatorio, è quello dell'indebitamento: mutui per comprare la casa, bollette varie, spese condominiali e di ristrutturazione degli immobili (magari impreviste) si affiancano al tanto comodo quanto a volte devastante credito al consumo mediante carte di credito e offerte «prendi oggi e paghi domani». In questo modo, infatti, la gente, specie quella che non ha un valido retroterra culturale, non si rende conto di quanti soldi ha effettivamente in tasca. E così, spesso, vi sono investimenti inutili o sbagliati che fanno sì che scatti la cosiddetta «sindrome da quarta settimana». O, peggio ancora, da «terza settimana». Cosa che negli ultimissimi anni si sta verificando sempre più spesso. In certi casi i costi sono raddoppiati e gli stipendi aumentati solo per il 10 per cento.
Atlante geografico. Il luogo comune è che siano solo gli stranieri a rivolgersi ai centri d'Ascolto. Spesso è l'opposto, in quanto gli stranieri, spesso (non sempre), rimangono per le strade. «Una persona che venga ad un centro d'Ascolto fa già un grande passo: si sta rendendo conto della sua difficoltà e del bisogno di dare vita ad un progetto...» spiega sempre Lucia Foglino della Caritas. Che precisa: «Gli stranieri sono in genere più giovani, con problemi legati alla condizione di essere arrivati da poco. Spesso, ad esempio, non sanno come organizzare la pratica di un documento di soggiorno o di altri documenti legali».
Volontariato multiforme. Il volontariato genovese può certamente ancora migliorare, specie sui servizi di «seconda assistenza», ma già opera in maniera molto capillare. Oltre alla Caritas e ai Centri d'Ascolto, si potrebbero ancora citare l'Auxiluim (Salita Nuova N.S. del Monte), l'Associazione S. Marcellino (Via ponte Calvi), la Comunità di S.Egidio (Piazza Nunziata), le sorelle del Centro Missionario P.De Foucauld (Vico Untoria e V. S. Bernerdo), i Centri per stranieri (Via del Molo e Via Gagliardo) e molte altre piccole realtà di quartiere. Da poco, ad esempio, è stato anche aperto un centro specializzato per le donne e i bambini in Via Prè. L'elenco dei dormitori, delle mense, dei luoghi di distribuzione di viveri, abbigliamento e medicinali, è ampissimo. A Genova, se non si fosse capito, è impossibile morire di fame. Chi è pronto a dare una mano c'è. Sempre.
Per qualsiasi tipo di informazione contattare la Caritas Diocesana - Via Canneto in Lungo 21-1° - 010.2477015 oppure 010.2477018.
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