La nuova Rai gradita alla sinistra: crociate tv senza diritto di replica

da Milano

La nuova pietra dello scandalo in Rai si chiama W L’Italia diretta, la trasmissione del giornalista Riccardo Iacona, uno dei collaboratori storici di Michele Santoro. Martedì sera su Raitre Iacona ha affrontato tre temi scottanti: precarietà, calo delle nascite e fecondazione assistita. Sul banco degli imputati è salita prima la legge Biagi, accusata di impedire alle giovani coppie di programmare il futuro, la politica economica del governo Prodi che non ha sconfitto la precarietà e infine la legge 40, oggetto di attacchi da parte di politici e giovani coppie. Nel mirino i tre «paletti» posti dalla legge: il no alla fecondazione eterologa, cioè all’impianto di semi di persone estranee alla coppia; il divieto alla diagnosi preimpianto, che impedisce ai genitori di «selezionare» l’embrione; il divieto di congelamento degli embrioni già fecondati. Secondo gli esperti e i politici presenti in studio, questi parametri sarebbero responsabili del calo di natalità registratosi negli ultimi anni e soprattutto del vero e proprio «esodo» di giovani coppie sterili e no in Paesi con norme meno severe, secondo i dati diffusi durante la puntata.
Il ministro della Salute, Livia Turco, ha confessato la propria impotenza: «Prima di modificare la legge 40 serve un dibattito e un clima di maggiore serenità in Parlamento e nel Paese». Poi l’esponente ds ha alzato il tiro sugli alleati e sul Partito democratico: «Nel Pd ci sono posizioni diverse, non possiamo stare nello stesso partito con Paola Binetti (teodem della Margherita, ndr) senza trovare una sintesi». Agli alleati invece ha detto: «Se ci fosse una maggioranza politica si potrebbe cambiare la legge in Parlamento, ma non l’abbiamo». Un’accusa, questa, che anziché rasserenare il clima, l’ha infuocato.
Il primo affondo è arrivato da Luca Volontè dell’Udc, che ha definito la puntata un «vergognoso coacervo di menzogne e invenzioni, fondate tutte su dati parziali e manipolati. Adesso serve una puntata “riparatoria” con identico spazio e fascia oraria ai soli difensori della legge». Ieri si è scatenata la bagarre. Il consigliere della Rai in quota ministero del Tesoro, Angelo Maria Petroni ha manifestato di buon mattino la sua indignazione: «È stata una pessima pagina di televisione pubblica». Dopo aver ricordato di essere stato uno dei sostenitori più accesi del referendum contro la legge 40 (che nel 2005 non raggiunse il quorum, ndr), Petroni ha espresso «riprovazione per una trasmissione che ha violato ogni regola, senza contraddittorio, con un conduttore schierato politicamente», in una puntata che ha duramente «attaccato gli assenti, dai politici cattolici dei due Poli al Vaticano». Secondo Petroni, Iacona avrebbe «utilizzato in modo del tutto scorretto il dolore dei malati, inducendo gli spettatori a credere che chi ha voluto la legge 40 ne è corresponsabile». Apriti cielo. A Petroni ha risposto Roberto Cuillo, responsabile informazione della Quercia: «Non ha tempo per partecipare al Cda, ma ne trova tantissimo per emanare una sorta di editto censorio contro l’informazione Rai». Poi è toccato al Ds Giuseppe Giulietti: «Nel giorno in cui Petroni avrebbe dovuto lasciare il Cda della Rai ha sferrato un duro attacco politico nei confronti di Raitre e dell’unica trasmissione giornalistica che continua coraggiosamente a occuparsi di delicate tematiche civili e sociali».
La sinistra ha subito preso la palla al balzo. La deputata Pdci Rosalba Cesini ha invocato «il superamento della legge 40, che rappresenta un odioso attacco contro l’autodeterminazione delle donne». La doccia fredda per l’Unione è arrivata quando la Binetti, «evocata» dalla Turco, ha detto: «Quella legge non si tocca». Secondo la dielle «si tende a far passare per errori della legge proprio quelli che sono stati i suoi valori caratterizzanti, per tutelare il senso della famiglia, poter far sapere a ogni bambino chi è suo padre e chi è sua madre e per affermare il diritto alla vita di ognuno, difendendo gli embrioni fecondati da possibili strumentalizzazioni scientifiche». Anche il ministro della Famiglia, Rosy Bindi è stata chiara: «Nel programma dell’Unione non sono previste modifiche alla legge 40».
L’autodifesa di Iacona dalle accuse di parzialità non si è fatta attendere, ma è suonata come un autogol: «Non volevamo fare una trasmissione ideologica, abbiamo solo raccontato le storie di coppie “punite” dalla legge 40».
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