Nuova retromarcia del governo: l’età pensionabile non si alzerà

Posizioni inconciliabili nella maggioranza sulla riforma della previdenza. Damiano cede ai diktat della sinistra: «L’uscita dal lavoro sarà anticipata per i lavori usuranti». Critico Boselli: «Il ministro fa come i gamberi»

Roma - «La storia dell’innalzamento dell’età deve finire, non l’alzeremo. Non voglio mettere le mani nelle tasche degli italiani». Il ministro del Lavoro, il diessino Cesare Damiano, ospite di Domenica in prima di incontrare i sindacati a Palazzo Chigi ha in pratica avallato l’abbattimento dello «scalone» della riforma Maroni che dall’anno prossimo consentirà di andare in pensione a 60 anni con 35 di contributi anziché a 57. «Io vorrei scendere sotto questa soglia, consentire alle persone di andare un po’ prima. Soprattutto a chi fa lavori usuranti», ha aggiunto.
Perché questo cedimento ai diktat della sinistra estrema? Perché Damiano non ha approfittato di una fase nella quale Cgil, Cisl e Uil non sono ancora riuscite ad esprimere una posizione unitaria? Il motivo non è banale: tenere unito il governo e non far esplodere nuove contraddizioni. Ieri sul Corriere, il presidente della Camera, Fausto Bertinotti è stato chiaro. «Se si vuole cambiare la società - ha detto - anche il governo deve assumere la lotta come un fattore di riforma. Il punto veramente rilevante è stato quello di Mirafiori. La rivalutazione del lavoro deve entrare ossessivamente nella costruzione della coscienza nazionale».
Tanto è bastato perché il ministro del Lavoro sentisse il bisogno di far capire al Paese in uno dei programmi di massimo ascolto che il governo è «di lotta». Anche le velate minacce del segretario del Pdci, Oliviero Diliberto hanno avuto il loro peso. «L’innalzamento dell’età pensionabile - ha sottolineato - sarebbe forse letale per il centrosinistra. Non c’è nulla nel programma. A questo punto farlo lo stesso sarebbe un errore gravissimo».
Pure da parte sindacale è giunto qualche veto sui temi del vertice. «Bisogna che il governo riparta con tavoli di confronto che si definiranno nei prossimi giorni con le parti sociali. Comunque la si voglia chiamare, la fase che si apre è quella decisiva per le sorti del governo e per una parte del Paese stesso». Il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, in un’intervista all’Unità ha «suggerito» di rimandare tutto a tavoli di confronto ad hoc.
Sull’argomento pensioni, poi, la Cgil non vuol farsi dettare l’agenda da Prodi, ma piuttosto dettarla. «Per prima cosa - ha sottolineato Epifani - metterei da parte l’innalzamento dell’età voluto dal governo precedente, il cosiddetto scalone. A questo si aggiungano i coefficienti di trasformazione voluti dalla legge Dini che diventano un elemento troppo penalizzante per i giovani. Vorremmo anche che si rivalutassero i redditi molto bassi di chi è già in pensione». Le dichiarazioni del segretario della Cgil non sono molto distanti dalla proposte presentate dal Prc.
Ma nessuno, per ora, intende solleticare i massimalisti e provocare scollamenti di un governo «amico». Come ha spiegato alla Stampa il segretario Cisl, Raffaele Bonanni, «il governo non può parlarci di pensioni per due motivi: il primo è che al proprio interno non esiste una visione comune» e il secondo «è che non ha nessun senso parlare di previdenza se non in un discorso più generale sullo sviluppo». Bonanni ha messo in evidenza che «la priorità è rivalutare le pensioni, una attenzione ai lavori usuranti e una soluzione per evitare lo scalone». L’ordine di importanza non è quello di Epifani.
Su questo Damiano poteva «giocare». Ma ha subito esaurito il caricatore deludendo ancora una volta i riformisti come Daniele Capezzone («ulteriore grave arretramento»), Enrico Boselli («Damiano fa come i gamberi») e Nicola Rossi («Prodi faccia chiarezza o stia zitto»).