La nuova scommessa: Israele e Palestina nell’Unione europea

Robi Ronza

Prendendo la parola a Gerusalemme di fronte a una platea di personalità dell’economia israeliana, Shimon Peres ha recentemente rilanciato la prospettiva di un ingresso di Israele nell’Unione Europea: non però di Israele soltanto, come finora era stato ripetuto, ma anche dell’Autorità Palestinese (e quindi dello Stato palestinese prossimo venturo) nonché di «altri Paesi del Medio Oriente» sottolineando come ciò darebbe alla regione concrete possibilità di «giungere a una pace feconda e duratura». Dell’eventuale candidatura israeliana all’ingresso nell’Ue aveva già parlato la scorsa settimana con Silvio Berlusconi il capo dello Stato di Israele Moshe Katsav in visita a Roma, e d’altra parte è una proposta che sta sul tappeto da molti anni, sin da quando per primo la lanciò Gianni De Michelis nel 1991.
È noto però lo scarso entusiasmo al riguardo della Gran Bretagna e soprattutto l’aperta opposizione della Francia, del Belgio, dei Paesi scandinavi nonché di diversi nuovi membri est-europei dell’Ue (questi ultimi sempre timorosi di qualsiasi spostamento verso il Mediterraneo del baricentro dell’Unione). A mio avviso, tuttavia, se l’idea dell’adesione di Israele da solo è pessima, quella dell’adesione sia di Israele che dell’Autorità palestinese che di «altri Paesi del Medio Oriente» è ottima, e merita di venire attentamente approfondita. L’eventuale adesione del solo Stato d’Israele sarebbe pessima sia per l’Europa che per lo stesso Stato di Israele. La prima verrebbe così trascinata in quanto tale nel gorgo della crisi arabo-israeliana, che non la riguarda. Il secondo diventerebbe così sempre più un corpo estraneo nella parte del mondo in cui situa. Una parte del mondo che, con buona pace per tutte le innegabili profonde prossimità culturali di Israele con l’Occidente, comunque fa parte dell’Oriente.
Del tutto diversa è invece la prospettiva di un’adesione all’Ue sia di Israele che di Paesi arabi del Vicino Oriente con cui confina. Fermo restando che non può che trattarsi di una prospettiva di lungo periodo, le sue potenzialità sono notevolissime. L’Europa non è il Levante; quindi la candidatura all’ingresso nell’Unione della Turchia, che non è affatto un Paese europeo, costituisce un grosso e pericoloso equivoco. Diverso però è se, con l’eventuale ingresso di Israele e dei Paesi arabi limitrofi, si delineasse la possibilità di un’Unione euro-mediterranea: in un’entità del genere la Turchia potrebbe avere posto di pieno diritto. Europa e Levante sono diversi, ma tanto la geografia quanto la storia li collegano tra loro in modo inscindibile. Mentre l’ingresso della sola Turchia in nome della sua pretesa di essere una terra europea squilibrerebbe l’Ue in modo catastrofico, il trasformarsi dell’Ue in Unione euro-mediterranea, grazie all’ingresso di Israele e Paesi arabi limitrofi, muterebbe positivamente il quadro. È chiaro che si tratterebbe di un’Unione in larga misura «a geometria variabile», ma le sue potenzialità di sviluppo sarebbero enormi. Per l’Europa, e in particolare per l’Europa mediterranea, il Vicino e Medio Oriente, insomma l’antico Levante, è ciò che per gli Stati Uniti è il Pacifico, ossia la grande porta verso l’Estremo Oriente. Con la differenza però che il Pacifico è lungo e vuoto, mentre il Levante è corto e pieno di energie sia materiali che culturali; e dunque costituisce un gigantesco volano potenziale di comune sviluppo.