La nuova sfida di Mondonico contro il cancro: "La fede mi aiuterà a sconfiggere questo male"

L'allenatore dell'Albinoleffe: "Per battere questo male però non userò Dio. Una volta gli chiesi di farmi vincere una partita: voleva dire far perdere un altro...Non lo feci più"

La voce. Una nenia, quasi. Ma è quella di sempre. Stavolta però c'è qualcosa d'altro. Di diverso. Lui lo sa, ne conosce il motivo, non ha ancora capito perché. Nemmeno quando. È un'ombra che gli si è messa di fianco, una compagna fastidiosa, non richiesta. Ma è lì, bastarda, ambigua, soffia e Mondo avrebbe voglia di spingerla via. Si allontana, sembra. Si riavvicina, perfida. La luce dell'alba serve a far rialzare il capo non soltanto dal cuscino di un letto che è diventato scomodo. Il mattino è il segnale del risveglio dell'esistenza. Prima ci sono stati i pensieri, mille e pesanti, della notte, il buio è come giocare a mosca cieca ma con l'ansia che sale, cresce, acciuffi l'aria, tasti il vuoto, stremato, abbandoni, sudato, sfinito.

Questo è il mondo, improvvisamente nuovo, di un Mondo, improvvisamente diverso, l'anno duemila e undici di Emiliano Mondonico non è ancora incominciato, nessuno sa quando andrà a concludersi. Non c'è un calendario da sfogliare ma ogni giorno è un ritorno al passato, fotogrammi di un film già visto ma da rivedere, l'immagine di un gol, il rumore lontano dell'Adda, il vociare nella trattoria sul fiume, il fruscio della canna da pesca che frusta l'aria umida, l'urlo della curva, Bergamo, Torino, Firenze, Cremona, Napoli, Cosenza, il pallone, la sua vita. Uno scrigno che il bastardo vuole chiudere ma Emiliano resiste, riapre la valigia che è pronta per la partenza, si guarda allo specchio, osserva, scruta, sbircia, sbatte appena le palpebre, non è sogno, è incubo, è vita, è speranza.
Sabato sera l'ho visto correre un po' impacciato, quasi avesse le catene alle caviglie, il giubbotto senza maniche, luccicante, gli dava l'aria dello sbarbato. La partita era finita. Quella degli altri. Andava verso la curva dei tifosi dell'Albinoleffe, teneva le braccia al cielo come quella notte di coppa con la sedia e il Toro e l'Ajax. Ha acciuffato un pallone che stava rotolando chissà dove, non lo ha calciato, lo ha sollevato come farebbe un bambino dall'equilibrio incerto, lo ha lanciato, no, non ce l'ha fatta, lo ha appoggiato verso il popolo che cantava, urlava, rideva e piangeva.

L'Albinoleffe rimane in serie B ma il suo maestro non sa nemmeno in che torneo giocherà domani. Perché il male non ha identità, si fa conoscere dopo, quando è già entrato, ladro, rapinatore, nella tua dimora, non sai da quale porta, infilandosi da quale fessura, scavalcando quale muro. È presente e assente, silenzioso e assordante, oscuro e lancinante. Sei mesi. Da sei mesi questa è la sfida, questa la partita, questo l'avversario. Mondo va in conferenza stampa, illustra, trema nella voce, con le mani copre appena gli occhi ma si ricompone subito, parla di quel bastardo senza nominarlo, ripagandolo della stessa moneta, è il rispetto del male ma anche l'angoscia di manifestarlo, di accettarne l'esistenza, di giustificarne la presenza: «Tra due settimane saprete se ci sarò ancora o no». Così ha detto, come se annunciasse le dimissioni, l'esonero, il licenziamento. Ma è giusto così, senza fuggire alla verità, il bugiardo è un altro. «La tac di due giorni fa ha confermato la necessità di un nuovo intervento. Per quaranta giorni ho convissuto con questo compagno, il calcio ha occupato i miei pensieri, ha avuto la meglio sul resto, su tutto, adesso il pallone è in vacanza e io sono qui a decidere, a sottopormi a nuovi controlli, a scegliere.

La testa lavora di più, di solito era occupata, d'estate, a disegnare nuove soluzioni di gioco, ad ascoltare proposte. Questo è veramente cambiato. Ma sono tranquillo e ho fede. La fede che mi viene dai salesiani, dal collegio di Treviglio, da quella volta, ero in seconda media, in cui scappai per andare a vedere la Carla».
La Carla oggi è sua moglie. Allora stava a Rivolta e Mondo aveva una voglia matta di andare a baciarla. A dodici anni la vita è zucchero e polvere. Dunque la domenica, dalle due alle cinque del pomeriggio, al collegio di Treviglio, era il momento delle visite dei genitori e affini. Papà Felice arrivò per vedere come stesse l'Emiliano. «Tutto bene, no?», cinque minuti di carezze, il regalino, la paghetta, poi i saluti. Restavano due ore e mezzo per svignarsela. Mondo saltò sulla canna della bicicletta di un amico e andò dalla Carla.

Al collegio fu il fini"mondo", scattò la sospensione, a seguire la bocciatura: «il bambino soffre di esaurimento nervoso», scrisse il preside. Pensate un po' a Felice che si svegliava alle sei del mattino e si coricava all'una di notte, pensate alla faccia del Felice al quale comunicarono che il figlio era depresso per «esaurimento nervoso». Li avrebbe inseguiti a piedi, figlio e preside, brandendo il bastone, per i campi lungo l'Adda. Il chierichetto capì di avere sbagliato, si pentì in confessione: «Servivo messa, il momento critico era quello del Sanctus, dovevo raggiungere l'altare a fianco del quale stava appoggiata l'asta con il campanello e poi tornare al posto, senza che si sentisse il minimo trillo, avevo imparato la sacralità del passo lento, la massima cura di ogni movimento. Una volta servii messa con Angelo Roncalli, era cardinale in visita al collegio di Treviglio, sarebbe diventato Giovanni XXIII. La fede è stata una compagna preziosa, con Dio ho un rapporto personale, silenzioso. Ogni tanto l'ho usato. Mi spiego: ho pregato che mi aiutasse a vincere una partita, poi mi sono chiesto: ma se aiuti me allora fai perdere il mio avversario, che Dio della giustizia sei? Ero io che dovevo vincere, io soltanto». Come oggi.

«Guarda che ti aspetta un salame, quello giusto. Te l'ho promesso. Fai in fretta, vanno via come le ciliegie». D'accordo ma non fare il furbo, Mondo, non scappare via, in bicicletta, come quella domenica a Treviglio. Stavolta fai suonare pure il campanello.