La nuova sinistra unita parte già divisa

Doccia fredda da Ingrao: il "grande vecchio" del Pci non si presenta al debutto e critica lo scarso coraggio della federazione. L’ala radicale di Cannavò e Turigliatto divorzia e crea un altro movimento, Vendola minaccia di lasciare i lavori, Diliberto ha già la sua corrente

da Roma

Sinistra vo’ cercando. All’uscita 30 del Grande raccordo anulare, dicono. Si deve attraversare a piedi l’intera Nuova Fiera di Roma, un monumento all’hi-tech nel deserto, per scovare il padiglione. C’è persino il rosso, però a terra. Il resto è grigio e anonimo come la «Cosa» che sta nascendo. Niente simboli, niente bandiere, niente idee-guida.
Non arriva Pietro Ingrao a braccetto di Fausto Bertinotti, come da programma. Fausto si chiude a riccio: «Faccio due giorni di silenzio». Il nume della Sinistra sognatrice è però presente nello sconcerto generale. «Troverà il modo di far sentire la sua presenza», dice lo sconsolato Franco Giordano. Già fatto, perché il novantaduenne ex dirigente del Pci ha spiegato i motivi della sua assenza a un quotidiano. Dubbioso lo è sempre stato, ma stavolta Ingrao ha anche qualche certezza: si aspettava una «fusione» e un nuovo partito «pure consistente». Invece «non capisce il senso» di questa Cosa amorfa, di un ceto politico che persegue la propria sopravvivenza approfittando della morte dei Ds. «Frantumati, timidi, mentre ci vorrebbe più linearità, più nettezza, più semplicità di condotta». I tanti Diliberto che si fanno le scarpe l’un con l’altro, insomma. «E chi mi rappresenta, Diliberto?», sbotta Ingrao.
Come dare torto al Grande vecchio? Non c’è popolo, né entusiasmo: un migliaio di teste per lo più ingrigite affollano nove stand per assemblee che devono dare il senso dell’«ascolto». Mussi si inchioda in quello della Ricerca e si sorbisce un dibattito che manco il «dopo-Corazzata Potemkin». Pecoraro Scanio, arrivato pure in ritardo, si fa perdonare facendo capolino in ogni stand, persino quello della cultura, per lanciare «primarie sul programma a febbraio». L’unico dibattito che non si fa, è quello che servirebbe: esiste una Sinistra capace di cultura di governo, e capace di trasmetterla al suo popolo? O sarà il solito Arcobaleno che insegue ogni estremismo della base? La seconda che si è detto, a giudicare dagli inizi. Diliberto, come sempre, è costruttivo: critica Ingrao, in quanto «il meglio è nemico del bene. Se si vuole forzare, il rischio è che salti tutto. Oggi è già un grande risultato che quattro partiti della sinistra siano qua insieme».
Bisogna accontentarsi della minestra. Un minestrone, visto che lo stesso Diliberto convoca una riunione dei suoi militanti (già prepara la corrente?) e rimarca l’«attualità» di falce e martello, che non sono affatto spariti: «Ce ne sono due, quello nostro e quello di Rifondazione, e devono restare». Concorda ambiguamente Giordano: «La falce e martello rimane al Prc» (orgoglio o questioni legali?). Mussi non si deprime: «Il problema della falce e martello l’ho risolto nell’89, bisogna guardare i tempi che vengono e non vivere dei simboli del passato». Nel frattempo, la micro-scissione di Cannavò e Turigliatto altrove sta dando luogo al «Movimento per la sinistra Anticapitalista»; il segretario della Fiom, Cremaschi, spara sulla «Cosa» perché «nasce già morta, con questi dirigenti non si va da nessuna parte»; Rizzo diserta contro «il progetto di occupare uno spazio politico per motivi elettorali di ceto politico»; il filosofo Vattimo parla di una «finta sinistra, infermieristica e badante che regge una baracca senza futuro».
Non c’è male, come inizio. Si torna a chiedere la moratoria per il cantiere della nuova base Nato a Vicenza, anche perché oggi il comitato «No Dal Molin» verrà fin qui a protestare. Il verde Cento non dimentica di minacciare, su questo, la crisi di governo. Così come altri tornano a evocarla se verrà modificata la norma omofoba del decreto sulla Sicurezza, se non verrà cambiato il provvedimento sul Welfare, o se verrà rifinanziata la missione in Afghanistan. Ci si dà coraggio: «È stata una bella festa», si confonde Pecoraro. «Sarà una Sinistra grande e grossa», esagera Giordano. «È un primo passo», si contenta Mussi. L’ennesimo passettino dell’apparato in cerca di popolo e leader. Uno papabile, Niki Vendola, si arrabbia perché non era stato previsto un suo intervento. Minaccia la crisi, parla oggi alle 11. E, in nottata, Bertinotti e Sansonetti riescono a convincere Ingrao a ripensarci: stamane dovrebbe fare un salto all’assemblea.