NUOVA STAGIONE, VECCHIE MANIERE

Qualche giorno fa Massimiliano Lussana aveva «smontato» la Casa prima che pensasse di costruirsi con i mattoni del conflitto d’interesse della nuova sindaca. Aveva suggerito ai partiti del centrodestra di non basare tutta la loro spinta «agonistica» di opposizione in Comune sul problema sollevato prima dalla Casa della Legalità e poi riportato, per un bel po’ in perfetta solitudine, dal nostro Giornale. Un problema «presunto», come Massimiliano stesso, da perfetto garantista, aveva sottolineato. Ma un problema che, comunque, a Marta Vincenzi è stato posto. E non sottovoce.
Probabilmente aveva anche colto qualche mia espressione di dubbio quando annunciava il suo articolo di «fondo» e mi ha invitato a scrivere le mie perplessità. La mia era in realtà solo preoccupazione. Temevo cioè che, nella fretta della lettura, si potesse intendere che il conflitto d’interessi, presunto, della Vincenzi fosse tutta roba da dimenticare. Massimiliano Lussana aveva scritto che non si deve puntare «solo» su questo argomento. E ha ragionissima. I cittadini non mangiano pane e appalti, prosciutto e codici, pasta condita con i regolamenti. È sacrosanto il consiglio ai consiglieri: quello di dare battaglia alla squadra della sindaca sui temi di tutti i giorni, sugli argomenti che stanno davvero a cuore alla gente.
Ma è anche vero che un liberale non può far finta che un problema non esista solo per non disturbare l’avversario. La cavalleria è una gran bella cosa, ma non impedisce di fare un duello. Onesto, leale, ma proprio per questo combattuto. E così pure non è giusto dire che il solo parlare di conflitto d’interessi sia disdicevole perché è stata per anni l’unica arma della sinistra contro Silvio Berlusconi. Proprio qui c’è una differenza sostanziale. Nessuno chiede alla Vincenzi di dimettersi da sindaca, nessuno le chiede di separarsi dal marito che ha interessi (legittimissimi, ma forti) in aziende che lavorano con imprese pubbliche e possono avere appalti con enti locali anche a Genova e in Liguria. Nessuno chiede all’ingegner Bruno Marchese di dimettersi e di vendere le quote nelle società. Appunto, questa volta non è la sinistra a strepitare. (...)