La nuova strategia talebana del terrore

Quattro soldati italiani feriti - sia pure in modo non grave - nel giro di 48 ore hanno riacceso i riflettori sulla nostra presenza militare in Afghanistan e innescato l’ennesima e un po’ sterile polemica sulla sua vera natura: possiamo ancora considerarla una «missione di pace», come pretende la sinistra, o è venuto il momento di prendere atto che siamo in zona di guerra, nel quadro di una operazione Nato contro un nemico dichiarato, che ha come obbiettivo di uccidere il maggior numero di «crociati» possibile e di ristabilire il dominio dei fondamentalisti sul Paese? Un primo passo verso il riconoscimento della realtà è stato compiuto a primavera, quando - dopo un’altra salva di attacchi - fu deciso di dotare il nostro contingente di armi più pesanti e adatte alla situazione, come i superblindati Lince che resistono meglio alle mine. Ma sarà opportuno farne altri, sia perché il 2008 si preannuncia come un anno anche più impegnativo del 2007 nelle aree di nostra competenza, sia perché non potremo resistere in eterno alle continue sollecitazioni dell’Alleanza a partecipare alla campagna per lo sradicamento dei Talebani condotta dall’Isaf nelle province orientali. Nonostante l’intensificarsi degli attacchi, sia nella regione di Herat sia intorno a Kabul, fino adesso abbiamo pagato un tributo modesto rispetto all’Isaf nel suo complesso e alle forze speciali americane, che solo dall’inizio del 2007 hanno avuto 161 caduti, e all’esercito afghano, che ne ha avuti 379.
I sempre più numerosi agguati tesi alle truppe italiane sono, paradossalmente, un risultato dei successi ottenuti dall’Isaf nei combattimenti di quest’anno e del conseguente cambiamento di strategia da parte dei Talebani. Visto che, ogni qualvolta affrontano le truppe occidentali in campo aperto, vengono regolarmente sconfitti e subiscono gravi perdite anche a livello di quadri, gli insorti si sono concentrati su operazioni hit and run, di stampo terroristico, con un ricorso sempre più frequente agli attentati suicidi, alle mine e alle cosiddette Ied, congegni esplosivi piazzati sul bordo delle strade e fatti esplodere a distanza (molto diffusi anche in Irak). Per sottrarsi alle incursioni aeree, i Talebani operano con reparti molto agili, di non più di venti uomini, che si ritirano di fronte alle offensive dell’Isaf e di notte si rifugiano in mezzo alla popolazione civile o nelle moschee, ma che, proprio per queste loro caratteristiche, riescono a spostarsi più facilmente da una provincia all’altra e quindi ad arrivare anche a quella di Farah, controllata dagli italiani, e confinante con la zona calda della cosiddetta «cintura Pashtun». Gli insorti hanno anche abbandonato, per il momento, ogni velleità di conquistare i centri urbani per concentrarsi sul controllo delle campagne, che l’Isaf non riesce, per scarsità di effettivi, a presidiare stabilmente ed è costretta a lasciare alla effimera custodia di una polizia afghana male armata, talvolta corrotta e comunque non molto affidabile. I metodi dei Talebani per esercitare il loro dominio sulla popolazione sono spietati: quando occupano un villaggio, per prima cosa decapitano o impiccano pubblicamente coloro che hanno collaborato con il governo Karzai o con le truppe straniere o solo si rifiutano di consegnare il raccolto di oppio.
In questo contesto, è da prevedere che nei mesi autunnali e soprattutto nella prossima primavera, dopo la pausa invernale imposta dalle condizioni atmosferiche, gli attentati ai militari italiani possano intensificarsi ulteriormente. Se non fosse per i limiti del loro mandato e le disposizioni del governo di centrosinistra di tenere il profilo più basso possibile, i nostri farebbero bene a reagire con operazioni preventive e incursioni più frequenti nelle zone calde. Ma, sebbene siano filtrate notizie di occasionali (e quasi clandestine) partecipazioni italiane ad operazioni offensive, è improbabile che questo avvenga su vasta scala. Il peso principale della guerra continuerà a ricadere, come è accaduto finora, su americani, britannici, canadesi e in parte olandesi, che hanno avuto la sfortuna di essere assegnati alle province di confine con il Pakistan più infestate dai Talebani. Essi hanno avuto, come abbiamo visto, un anno difficile, con perdite pesanti, ma sono nondimeno riusciti a impedire la annunciatissima offensiva di primavera del nemico e a frantumare, per così dire, i suoi reparti. A sentire il generale americano Champoux, vice comandante dell’Isaf, l’anno venturo andrà ancora meglio e, se il Pakistan collaborerà controllando meglio le frontiere, potrebbe anche portare a una sconfitta decisiva degli uomini del mullah Omar; e allora anche i pericoli per il contingente italiano dovrebbero diminuire.