Con la nuova testata diventeremo ancora più esplosivi

Dal 20 ottobre<em> Il Giornale</em> cambia faccia (ma senza perdere identità) con una grafica elegante e rivoluzionaria. Che parte da una fascia colorata di blu

«Povero Moravia, costretto a leggere tutte le cose di Dacia Maraini. E forse anche a scriverle». Il Controcorrente di Montanelli era così, straordinariamente identico tanto al suo autore, alla sua asciuttezza fisica ed esistenziale, quanto ai suoi semplici gusti contadini: ovvero proteico come i fagioli cannellini, sapido come l’olio extravergine, essenziale come il pane “sciocco” che il grande Indro si portava spesso dietro in redazione dal ristorante, a filoni, sottobraccio.
Tutto il resto, per lui, era superfluo. Così, privo dei «cioè», dei «nella misura in cui», dei birignao pseudo intellettuali imperanti e ammorbanti di quei bui e ottusi anni Settanta, il Controcorrente risultava un fulmine in prosa, un pungiglione semantico, una scudisciata di arguzia, un dardo intinto in una deliziosa perfidia e a volte, quando occorreva, un ustionante schizzo di veleno. Ed era soprattutto un capolavoro di giornalismo minimale, ma soltanto nella misura tipografica, inversamente proporzionale al contenuto, alla capacità di indurre a pensare come a sorridere, ma anche alla sua eventuale potenzialità di colpire duro.

Se ne ritorniamo a parlare oggi del Controcorrente, è perché Controcorrente ritorna. È questa la sorpresa che avevamo promesso di farvi, anticipandovi le novità in arrivo sul Giornale e le linee guida dell’imminente rinnovamento grafico-editoriale che vedrete in edicola - e giudicherete - a partire da oggi. La rinata rubrica montanelliana apparirà in alto, in prima pagina, accanto a una testata che è stata anch'essa rinnovata. Intervento delicato, questo, dato che si tratta di intervenire proprio su quello che è il segno distintivo di ogni giornale, ciò che lo distingue al primo colpo d'occhio. Tranquilli, però: il carattere è rimasto quello solito, a voi tutti ormai familiare. Ma risalterà visivamente in modo diverso - a voi l'ardua sentenza di stabilire se piacerà oppure no - perché stampata in negativo, bianco su fondo blu. Una soluzione grafica analoga a quella adottata dal quotidiano britannico The Guardian, e che a nostro avviso unisce eleganza e maggiore incisività.

Vi avevamo detto tante cose. Ci eravamo soprattutto preoccupati di rassicuravi sul fatto che se ci concediamo la veniale debolezza di un ritocco estetico, non è per vanità. E non è nemmeno per assecondare un giovanilismo patetico. Anzi, è proprio per disporre di un contenitore che ci consenta di recuperare il Dna del Giornale e di ritornare - più tonici, questo sì - alle origini. A un giornale, cioè, in cui possa brillare al meglio quella che il mio primo - scusate la nota personale, ma sono trent’anni fa! - Direttore chiamava «l’argenteria di casa». Ovvero le firme, le inchieste, gli approfondimenti e i reportage. Il valore aggiunto, insomma.

E allora, che cosa di meglio se non il ritorno in prima pagina di quella testatina che del giornalismo è ormai allo stesso tempo storia e leggenda? Perché quella parola così squisitamente montanelliana, proprio in quanto irriverente, e quelle poche righe in corsivo che le stavano sotto, erano la prima cosa che i lettori si precipitavano a leggere ogni mattina. Ben prima del titolo di apertura, molto più avidamente di qualsiasi editoriale.

Ed era anche la prima cosa che ci precipitavamo a leggere noi, ciurma di quella nave corsara ancorata in Piazza Cavour. Noi, i praticanti, quelli con i pantaloni ancora professionalmente corti al cospetto di quegli autentici “monumenti” con cui abbiamo avuto il privilegio di iniziare. Leggevamo e schiattavamo. Non era solo invidia, così come non era unicamente ammirazione. Era invidiosa ammirazione. Per la sintesi, per il guizzo geniale, per quella inarrivabile capacità di utilizzare la punteggiatura che Mario Cervi - uno dei monumenti di cui parlavo - giustamente ricorda in questa stessa pagina. Perché quella di Montanelli era musica, le sue erano parole scritte in metrica e scandite da virgole, punti e punti e virgola inchiodati senza incertezze sempre al posto giusto, con la precisione micidiale di un maestro d’ascia che dà corpo alla sua barca.


Proprio per questo, la sfida che diamo a noi stessi facendo rivivere Controcorrente è di quelle da far tremare i polsi. Per capirlo, basterebbe questo esempio trovato in archivio, e che riporto rispettandone ovviamente la punteggiatura: «Che Craxi sia un uomo di grande coraggio, lo si è visto ieri, quando pronunciava alla Camera il suo discorso di replica. Per due volte si è interrotto alla ricerca di un bicchier d’acqua. Per due volte Andreotti glielo ha riempito e porto. E per due volte lui lo ha bevuto». Era il 13 agosto 1983.
Ma ci si può fidare anche della memoria, dato che le cose perfette restano lì dentro, a dispetto degli anni e dei radicali liberi. Come quando lui, stonando nel coro di chi incensava l’ultimo lavoro del regista Bertolucci, infarcito di bandiere rosse, se ne uscì così, telegrafico e micidiale: «Il film Novecento? Non l’ho visto e non mi piace».