La nuova vita di Terminator

da Sacramento

Il governatore fuma. In pubblico, violando non so quante centinaia di usi e divieti dell’America salutista e neo puritana. Essendo governatore, però, le leggi non le viola: sa come aggirarle. Davanti alla sua residenza a Sacramento, Arnold Schwarzenegger si è fatto installare, imitando un poco Muammar Gheddafi, una tenda. La tenda è all’aperto e quindi lui ci può accendere uno dei suoi amati sigari Macanudo quando emette, oltre che nuvole aromatiche, consigli agli ansiosi candidati repubblicani che non mancano di ascoltare questo improbabile oracolo: l’uomo del miracolo, che è uscito da un paio di sconfitte in una rielezione trionfale in uno Stato come la California che gli altri repubblicani, a cominciare da George W. Bush, si sono ormai abituati a dare per perso. Loro sono al gelo e lui, il Terminator, si gode il sole pomeridiano di una carriera che volge alla fine semplicemente perché Schwarzenegger ha ottenuto tutto quel che poteva: non può essere rieletto governatore perché ha già coperto il massimo concessogli dalla Costituzione e non può diventare presidente perché la medesima Costituzione impone che alla Casa Bianca ci entri solo chi è nato su suolo americano e lui è austriaco.
Non è dunque al di fuori della mischia, ma al di sopra e fa letteralmente quello che gli pare. Non avendo più campagne elettorali da finanziare può ignorare suggerimenti e gusti dei finanziatori del partito, che vanno sempre più a destra e si è convertito, lui che la destra «muscolare» la incarna perfino meglio di Sylvester Stallone alias Rambo, a un corso moderato al di sopra delle parti, a volte perfino eretico come il suo sigaro. In California, sotto la sua egida, vanno avanti le ricerche sulle cellule staminali, bloccate altrove dal veto di Bush. E il governatore ha proposto, fra l’altro, una assistenza medica per tutti i californiani: quello che Hillary Clinton cercò invano di ottenere quando era First Lady e di cui non parla più tanto adesso che è candidata in proprio. «Sistema sanitario universale», lo chiamano qui, oppure «health care», e lui di conseguenza «Terminator care». Schwarzenegger, o i suoi amici per lui, preferiscono richiamarsi a un precedente molto repubblicano, il concetto che un altro Bush, George Senior, coniò, salendo alla Casa Bianca nel 1988, con la frase: «Kinder and gentler country», un Paese più gentile e più umano.
E qualche favore Schwarzenegger lo fa al partito di cui è tuttora nominalmente membro. Ha lasciato che sia oggetto di referendum una modifica alla Costituzione dello Stato che, se approvata (si voterà il 2 giugno) cambierà il modo di distribuzione dei «voti elettorali» per la Casa Bianca, sostituendo il «chi vince piglia tutto» degli altri Stati con una distribuzione sostanzialmente proporzionale, che concederà alla minoranza repubblicana una «dote» di almeno una ventina di Grandi Elettori il primo martedì dopo il primo lunedì di novembre. E ha messo il veto, invece, a un’altra iniziativa, di un referendum sulla guerra in Irak. Il testo proposto domandava: «Desiderate che il presidente metta fine all’occupazione dell’Irak da parte degli Stati Uniti?». Schwarzenegger ha decretato, correttamente, che «non si tratta di una questione che riguarda la California» e che agli elettori «non mancheranno altri modi di far presente i loro sentimenti in proposito». Quali siano lo sappiamo: i due terzi dei californiani vogliono il ritiro dall’Irak.
E in California c’è, naturalmente, San Francisco, capitale della protesta «pacifista», il cui sindaco, per esempio, nei giorni dello scontro all’Onu fra Washington e Parigi appunto sull’imminente conflitto, si recò al consolato francese per esprimere la solidarietà della città alla Francia. San Francisco, d’accordo, non è la California ma ne è l’espressione estrema, al punto da far dire a molti che la California sta «divorziando dall’America». Ne è, già per molti aspetti, il «negativo». L’America è sempre più suburbana, si allarga, è eminentemente «orizzontale», San Francisco è verticale e vive stretta. L’America ha votato due volte per George W. Bush, San Francisco ha eletto il presidente della Camera Nancy Pelosi. A San Francisco sono ancora vivi gli anni Sessanta, con il loro permissivismo, ipercriticismo e sbandata a sinistra. I sindacati, spazzati via nel resto del Paese, sono localmente ancora onnipotenti. Gli immigrati, inclusi quelli illegali, vi sono accolti a braccia aperte. E sono così densi da ricordare le masse dei mendicanti del Medio Evo. Dormono nelle strade, ricevono uno stipendio dal comune o dallo Stato, vivono come possono o come vogliono. La fontana delle Nazioni Unite nel Civic Centre è stata dotata di recente di un muro perché veniva usata per le pubbliche abluzioni. Al cibo ci pensano le «chiese», numerosissime nella città meno religiosa d’America. Nel resto del Paese i templi si affollano e se ne devono costruire di nuovi, a San Francisco i luoghi di preghiera sono quasi vuoti e regna invece una cacofonia delle fedi in cui c’è sempre più posto per il buddhismo ma anche per specialità californiane come la Chiesa di Satana. I cittadini sono in maggioranza di origine asiatica e il Partito repubblicano praticamente non esiste: alle ultime elezioni ha avuto il 12 per cento. I pochi eletti non appartenenti al Partito democratico militano fra i Verdi. E anche i democratici devono stare attenti: il candidato a una carica minore nel collegio elettorale della Pelosi è stato bollato dai concorrenti come «conservatore»: eppure ha votato per la legalizzazione della marijuana a uso medico ed è favorevole ai diritti dei transessuali. San Francisco è famosa per la sua comunità gay, ma anche gli eterosessuali scelgono, al 70 per cento, il celibato. Di conseguenza per la città si vedono, dicono, «più cani che bambini».
San Francisco è un pezzo di California, ma un pezzo che conta. Un conservatore come Schwarzenegger si è finora astenuto dallo scegliere il suo preferito fra i repubblicani in gara per la Casa Bianca. Aspetta che vengano al centro del dibattito le «cose che contano» come l’economia e il «vero carattere» degli aspiranti presidenti. Per adesso, constata, meditando sul suo sigaro «i candidati si spostano verso destra e discutono su argomenti quali il matrimonio degli omosessuali, l’aborto e l’immigrazione, ci sarebbero cose più importanti di cui occuparsi».