Nuove Br, polemiche per il suicidio della Blefari

La brigatista si è
impiccata nel carcere di Rebibbia: ha utilizzato lenzuola tagliate e annodate. Il garante: "Non colti i segnali d'allarme". Ma Alfano: "Detenzione compatibile con le sue condizioni". La procura di Roma apre un'inchiesta: disposta l'autopsia

Roma - La neobrigatista Diana Blefari Melazzi, accusata di concorso nell’omicidio del professor Marco Biagi, si è impiccata ed è morta nel carcere femminile di Rebibbia a Roma. Il 27 ottobre la prima sezione penale della Cassazione aveva confermato la condanna all’ergastolo inflitta dalla Corte d’assise d’appello di Bologna. Immediate le accuse dei legali e del garante dei detenuti del Lazio: "Non sono stati colti i segnali d'allarme". Ma il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, assicura: "Detenzione compatibile con lo stato psico-fosico". E la procura di Roma apre un’inchiesta per chiarire le cause del suicidio.

Il suicidio in carcere La Blefari Melazzi attorno alle dieci e mezza di sabato sera, utilizzando lenzuola tagliate e annodate. La donna era in cella da sola, detenuta nel reparto isolamento del carcere Rebibbia femminile. Ad accorgersi quasi subito dell’accaduto sono stati gli agenti di polizia penitenziaria che avrebbero sciolto con difficoltà i nodi delle lenzuola con cui la neo brigatista si è impiccata in cella e avrebbero provato a rianimarla senza però riuscirvi. La Blefari era in transito nel penitenziario romano, dove era in isolamento, proveniente dal carcere fiorentino di Sollicciano dove stava scontando, tra l’altro, la condanna definitiva all’ergastolo per l’omicidio Biagi.

Aperta un'inchiesta Ieri le era stato notificato il provvedimento della condanna definitiva emessa dalla Prima corte di Cassazione per l’omicidio del giuslavorista bolognese. Il pm Maria Cristina Palaia ha aperto un fascicolo cosiddetto "modello 45" ossia senza indagati e ha disposto l’autopsia. L’indagine per ora è senza indagati ma la procura potrebbe riesaminare l’intero iter giudiziario della Blefari in considerazione della sua presunta patologia psichica, come emerso in questi anni dalle numerose richieste di consulenze.

Le accuse della difesa Secondo la difesa della brigatista nel corso di questi anni un consulente di parte aveva anche accertato "un rischio suicidio" per Blefari che in carcere, sempre secondo le difese, aveva assunto un atteggiamento di isolamento totale, non parlava con le altre detenute, spesso rifiutava il cibo. Tutte le consulenze tuttavia, sono state sempre valutate dai magistrati che hanno sempre sentenziato la capacità di stare in giudizio della Blefari. Blefari, per gli inquirenti, avrebbe ancora potuto svelare molti punti ancora oscuri delle nuove brigate rosse a cominciare dalle armi e dal nascondiglio dove sarebbero state celate tra queste la pistola usata per uccidere Biagi e D’Antona.

Alfano: "Detenzione comune" "Dalle prime informazioni assunte, la neobrigatista Blefari era in regime di detenzione comune e in una situazione carceraria compatibile con le sue condizioni psicofisiche, così come stabilito dall’autorità giudiziaria". Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha rispedito al mittente tutte le accuse lanciate dai legali della brigatista. Secondo il titolare del dicastero di via Arenula, infatti, "il 27 ottobre la Cassazione aveva confermato la sua condanna all’ergastolo. Abbiamo già avviato una puntuale e attenta inchiesta amministrativa che affiancherà quella giudiziaria, allo scopo di fare immediatamente luce sull’accaduto".

Il garante: "Nessun segnale d'allarme" "Il sistema carcerario italiano ha dato, ancora una volta, l’ennesima dimostrazione di inumanità e inefficienza non riuscendo a cogliere i segnali di allarme di una situazione da tempo gravissima", ha attaccato il garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, ricordando che due anni fa, nel novembre del 2007, aveva già denunciato pubblicamente il caso della Belfari Melazzi soggetto schizofrenico e inabile psichicamente, figlia di madre con la stessa malattia e morta suicida ristretta in regime di 41 bis. "I precedenti familiari della donna - ha spiegato - le sue condizioni psichiche in tutto il periodo di detenzione, il suo comportamento quotidiano, la sua solitudine, il suo rifiuto del cibo, delle medicine e di ogni contatto umano contribuivano a tratteggiare un quadro complessivo che doveva necessariamente far scattare un campanello d’allarme che, evidentemente, non si è attivato in tempo".

La condanna all'ergastolo Martedì sera la Prima sezione penale della Cassazione aveva confermato la condanna all’ergastolo per la neobrigatista, accusata di concorso nell’omicidio del giuslavorista Marco Biagi, avvenuto a Bologna il 19 marzo 2002. Anche la procura della Cassazione aveva chiesto la conferma del verdetto emesso lo scorso 9 gennaio dalla Corte di assise di appello di Bologna che aveva inflitto all’imputata il carcere a vita. Era la seconda volta che la Cassazione si è occupata del processo a Diana Blefari Melazzi: in precedenza aveva ordinato ai giudici di merito di far eseguire una perizia medica sulle condizioni di salute della donna. I suoi legali, infatti, sostenevano che non fosse in grado di presenziare al processo. Senza successo, dinnanzi ai supremi giudici, l’avvocato Valerio Spigarelli - difensore della neobrigatista - aveva cercato di contestare la legittimità della perizia medica eseguita nell’appello bis sostenendo che era di parte in quanto eseguita da un consulente del pm che si era già occupato del caso.

L'interrogatorio su Papini La Blefari Melazzi aveva fatto capire agli investigatori di essere disposta ad essere sentita su Massimo Papini, romano di 34 anni, attrezzista al cinema, arrestato qualche settimana fa a Castellabate alla Digos di Roma e Bologna, insieme ai colleghi di Salerno con l’accusa di partecipazione alla banda armata Brigate Rosse per il Partito Comunista Combattente. Papini, secondo gli inquirenti, era sentimentalmente legato alla Blefari Melazzi, secondo altri, tra i due c’erano soltanto una forte amicizia che durava da almeno quindici anni. La brigatista avrebbe dovuto essere interrogata in questi giorni ma la condanna definitiva all’ergastolo firmata il 27 ottobre dalla Cassazione per il delitto Biagi aveva determinato uno slittamento dell’atto istruttorio. Alla Blefari Melazzi gli investigatori avrebbero chiesto informazioni circa una serie di contatti con Papini attraverso l’uso di schede telefoniche prepagate in maniera "dedicata", ovvero effettuando chiamate dirette a un solo interlocutore per evitare che si potesse risalire all’autore delle chiamate. Una modalità tipica dei brigatisti. Papini, tra l’altro, era stato trovato in possesso di programmi di criptazione per computer simili a quelli usati da altri appartenenti alle Br-Pcc. Attraverso i tabulati telefonici gli inquirenti hanno anche ricostruito una serie di spostamenti dai quali è emerso il contatto con la Blefari in occasione di attività cosiddette di ’organizzazionè.