Nuove immagini, Raciti prima di morire riconobbe l’omicida

L’ispettore indicò l’ultrà a un collega. La difesa del ragazzo: "Ecco i filmati che lo scagionano". Un punto non collima con la ricostruzione. Il legale chiede la scarcerazione

Massimo Malpica e Gian Marco Chiocci
L’unica cosa certa è che l’ispettore di polizia Filippo Raciti è morto. E che ad ammazzarlo è stato un colpo che gli ha spappolato il fegato nel corso degli scontri di Catania-Palermo. Quello che non si sapeva è che avrebbe riconosciuto l’assassino: «Quello alto e grosso dell’Anr (gruppo ultrà catanese, ndr) ve lo faccio vedere io cosa mi ha fatto. Ve lo indico poi nelle foto». Una frase che Raciti avrebbe rivolto a Nando Guarino della Digos, stando al verbale di un collega dell’ispettore, Carmelo Poli.
Per il resto è guerra tra accusa e difesa. Non c’è il fotogramma del momento letale, che per la Procura può essere solo quello in cui, alle 19.08 e dieci secondi, il minorenne arrestato brandisce una lamiera d’acciaio che un bambino aveva portato fuori dai bagni dello stadio. Ma la telecamera lo segue solo fino al cancello, e cinque secondi dopo riprende l’oggetto per terra dall’altra parte del muro. Secondo gli inquirenti, prima di toccare il suolo, è stata usata come un ariete contro l’addome di Raciti. La difesa sostiene il contrario, nell’istanza di scarcerazione presentata «per sopravvenuta mancanza di indizi di colpevolezza». A detta dei legali l’oggetto è lanciato verso l’alto e dunque non colpisce nessuno. Tantomeno Raciti, che non avrebbe fatto in tempo ad arrivare al cancello nel momento in cui sarebbe avvenuto lo scontro mortale, stando alla timeline scandita dai video di sicurezza.
Ma la vera novità è in una sequenza di immagini visionate dal Giornale, riprese dalla «telecamera numero 8», nell’area tra i bagni e l’ingresso della curva nord, dalle 19.10 e per circa quaranta secondi. La scena segue di due minuti esatti l’«assalto» che per i pm è l’unica occasione in cui Raciti può essere rimasto ferito. E dimostra che invece l’ispettore, almeno un’altra volta, si trova faccia a faccia con gli ultrà catanesi. Alle 19.10 e 2 secondi si vedono i tifosi tornare dentro lo stadio precipitosamente, e quattro secondi dopo sul cancello compaiono i caschi di poliziotti e carabinieri. Si riconosce anche Raciti. C’è un fitto lancio di pietre e altri oggetti, e alle 19.10 e 19 secondi esplode una bomba carta a meno di un metro di distanza dall’ispettore (vedi foto 5), che costringe lui e la sua squadra a chiudere frettolosamente il cancello prima di ritirarsi e lasciare il campo ai facinorosi. Le immagini mostrano dunque una verità diversa rispetto alla versione che di questo specifico episodio viene riportata a pagina 3 dell’ordinanza di custodia cautelare per il 17enne. «Giova evidenziare - scrive il gip Alessandra Chierego - come la vittima, Raciti Filippo, sia stata riconosciuta anche in un successivo momento, non rilevante tuttavia ai fini del presente procedimento, e precisamente nei fotogrammi delle ore 19.10 e seguenti, dove l’ispettore in testa a un gruppo di appartenenti alla polizia e ai carabinieri si dirigeva una seconda volta verso lo stesso portone d’ingresso, nel tentativo di impedire la fuoriuscita dei tifosi dallo stadio. Durante tale seconda carica cui Raciti ebbe a partecipare, non è dato rilevare alcuna azione lesiva idonea a cagionare il decesso, in quanto nel momento in cui le forze dell’ordine giungono nei pressi del varco, il cancello risulta già chiuso e la telecamera dunque, ruotata in direzione della parte interna dello stadio, non evidenzia la presenza nell’interno di alcun tifoso». Ma, come detto, l’inquadratura della telecamera numero 8 evidenzia al contrario come il cancello in quel momento sia spalancato (foto 4 e 5), e all’interno i tifosi lancino pietre (foto 4) e bombe carta (foto 5).
Al di là delle registrazioni video, la battaglia ingaggiata dall’avvocato Giuseppe Lipera e contrastata dalla procura punta su altre presunte incongruenze. La prima è temporale: stando alle riprese in 1 minuto e 20 secondi Raciti sarebbe arrivato allo stadio scortando gli ultrà palermitani, li avrebbe accompagnati fin dentro il settore ospiti, si sarebbe riunito con i suoi uomini in una piazza vicina alla curva e avrebbe preso parte alla carica al cancello in cui sarebbe rimasto ferito mortalmente. Ancora, le ore trascorse dal presunto ferimento al malore e poi alla morte del poliziotto sarebbero troppe, considerata la natura delle lesioni. La seconda incongruenza è quella frase in cui Raciti definisce «alto, grosso e dell’Anr» il suo aggressore. Una descrizione che sembra non corrispondere al ragazzino. In carne, ma non alto.
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