Nuove periferie: dov’è l’edilizia «qualificata»?

Per la nostra città si sbandiera il nuovo Piano Generale del Territorio, si afferma che si strapperà la Bovisa dalla periferia e che per il prossimo decennio si punta sull’edilizia qualificata. Sono questi solo alcuni dei diversi titoli che si danno alle varie programmazioni per bocca di amministratori e addetti ai lavori. Così, oltre alle opere «griffate» da Bramante, Leonardo, Piermarini, Gardella e compagni, molto presto si vedranno svettare i progetti di architetti dal nome altisonante, come Foster, Maggiora, Libeskind, Hadid, Pelli, Pei e Chipperfield.
E qui occorre notare come i grandi interventi, e in particolar modo quelli destinati a mutare il volto di intere zone della città, dovrebbero svolgere un ruolo fondamentale nel miglioramento della qualità della vita e dell’ambiente. Il tutto, ripetendosi zona per zona, sarebbe così il motore di uno sviluppo urbano estremamente armonico e del tutto nuovo per una città dal volto incerto come la nostra.
Se però andiamo a vedere con attenzione cosa sta succedendo proprio nelle periferie, saltano agli occhi le nuove costruzioni a Rogoredo, un complesso che ricorda i «casermoni» tanto vituperati e che si credevano scomparsi dal nostro vocabolario edilizio. Una sorpresa che accoglie soprattutto chi arriva con il treno da Sud di Milano e che non è certo il migliore dei biglietti da visita. Dove è finito il ritorno all’edilizia qualificata? Vale solo per aree centrali come quelle della Fiera e delle Varesine? A Rogoredo c’è uno sviluppo clandestino?