Nuove proteste in Nepal, la polizia spara sulla folla

L’opposizione non s’accontenta e vuole la testa del monarca

Maria Grazia Coggiola

da New Delhi

Per fortuna nel pomeriggio è arrivata la pioggia a fermare la rabbia dei manifestanti che sono arrivati a 5 chilometri dal palazzo reale. Il pacifico e mistico regno del Nepal è ormai seduto sulla bocca di un vulcano in eruzione. Una fiumana di dimostranti, 200mila forse 300mila, si sono riversati ieri mattina sulla capitale Katmandu dopo che i principali leader politici hanno respinto il gesto di riconciliazione di re Gyanendra bollandolo come «vago, ambiguo e insensato». Sembra chiaro a questo punto che vogliono la testa del monarca. Tutto dipende ora se l’esercito rimane fedele alla corona.
L’alleanza «trasversale» dei sette partiti che, da oltre due settimane, guida la rivolta ha fatto appello ai militari di unirsi alle forze democratiche. Molto dipenderà anche dal supporto della comunità internazionale che ieri aveva salutato come positive le offerte fatte dal monarca di lasciare ai partiti dell’opposizione il compito di nominare un primo ministro e un governo. Gli ambasciatori dell’Ue ieri hanno esortato i leader politici ad accettare le offerte. Stesso invito è arrivato dal segretario di Stato americano Condoleezza Rice e anche dalla Cina, che aveva appoggiato la monarchia dopo la svolta autoritaria del primo febbraio 2005.
Anche ieri è stata una vera e propria battaglia urbana nella capitale ormai stremata dal blocco economico e delle comunicazioni. Un nuovo coprifuoco di otto ore, con l’ordine di sparare a vista, è stato imposto a partire da mezzogiorno ora locale. In serata è stato revocato, ma il maltempo aveva già disperso la maggior parte dei manifestanti. Per impedire agli attivisti di raggrupparsi le autorità hanno anche tagliato le linee della telefonia mobile per impedire che i dimostranti si radunassero via sms. Gli scontri più gravi sono avvenuti nel quartiere di Thapathali. La polizia è intervenuta con gas lacrimogeni, colpi di manganello e sparando proiettili di gomma. Secondo la Croce rossa nepalese, ci sarebbero 240 feriti, di cui una quarantina in gravi condizioni. Davanti agli ospedali ci sono ormai le code e comincia a scarseggiare anche il sangue per le trasfusioni. I disordini sono avvenuti anche nel distretto turistico di Thamel, dove si concentra l’industria delle scalate e del trekking sull’Everest, sul K2 e sull’Annapurna.
L’alleanza dei partiti, che comprende anche la principale forza politica, il Congresso Nepalese, sembra intenzionata a continuare le proteste finché il monarca non accoglierà la richiesta di convocare un’assemblea costituente per riscrivere la Carta del 1991 introdotta da re Birendra, il fratello di Gyanendra assassinato nel massacro della famiglia reale di quattro anni fa. La nuova Costituzione potrebbe ridurre a un ruolo puramente cerimoniale la monarchia nepalese, una delle più antiche del mondo. I partiti chiedono anche di ripristinare il Parlamento sospeso tre anni fa e di andare alle elezioni generali. È difficile prevedere se re Gyanendra voglia davvero farsi da parte. Significherebbe anche una vittoria per la guerriglia maoista che da un decennio si batte per il rovesciamento della monarchia e l’instaurazione di una repubblica socialista. I ribelli, che controllano un terzo del Paese, in particolare le aree rurali, hanno siglato lo scorso dicembre un patto con i partiti dell’opposizione. A volere l’instaurazione di una moderna repubblica sul «tetto del mondo» sarebbero anche le nuove generazioni. Re Gyanendra è visto ormai come un desposta da larga parte della popolazione che mal sopporta il nepotismo e la corruzione dilagante. L’oscuro massacro della famiglia reale, il continuo alternarsi di governi, i ripetuti fallimenti dei negoziati con i maoisti, hanno ridotto sul lastrico la fiorente industria turistica, una delle principali risorse del Nepal. Ma anche se re Gyanendra lascerà il trono, difficilmente il «regno tra le nuvole» riacquisterà la sua pace.