Nuove province, capriccio da 800 milioni

Da inizio legislatura presentati 34 disegni di legge sostenuti da entrambi i Poli

Matteo Sacchi

da Milano

La vulgata vuole che l’Italia sia una nazione frammentata in centinaia di campanili, retaggio della tradizione comunale. Pare proprio vero, tenendo conto del fatto che nella nuova legislatura, di appena tre mesi, sono già stati presentati 34 disegni di legge per la creazione di 16 nuove Province. Un nutrito pacchetto di proposte portate avanti da un ancor più nutrito stuolo di parlamentari che vorrebbero far diventare provincia: Aversa, Avezzano, Bassano del Grappa, Busto Arsizio, Cassino, Castelli Romani, Civitavecchia, Guidonia, Lametia Terme, Melfi, Nola, Pinerolo, Sibaritide, Sulmona, Valcamonica e Venezia Orientale. Se si conta anche la precedente legislatura, sono stati ben in 238 a voler sottoporre all’aula progetti per la creazione di questi enti intermedi.
Una propensione bipartisan. L’amore per il borgo natale o per il proprio collegio elettorale non conosce confini: rischia, però, di tramutarsi in un costo consistente per le casse dello Stato. Ogni nuova Provincia, come risulta dai dati delle relazioni tecniche di Camera e Senato sintetizzati ieri da Il Sole24Ore, potrebbe costare 48,6 milioni di euro circa. Una cifra che, moltiplicata per 16 (il numero delle aspiranti Province), dà il preoccupante totale di oltre 777 milioni di euro. Giusto per fare qualche esempio: solo l’organizzazione della prima tornata elettorale supera il costo di 567mila euro.
Un lusso veramente costoso del quale molti contestano la reale utilità per il cittadino. Così il governo, che ha sbandierato lo stendardo del rigore, ha già iniziato a montare sulle barricate per difendersi dal composito esercito parlamentare che si muove a favore delle nuove Province. Difficile però che l’Unione riesca a contenere un fronte così variegato. Capace, di creare alleanze e fratture che ricordano più la struttura geografica del Bel Paese che i suoi schieramenti politici.
Otto aspiranti Province (Nola, Aversa, Avezzano, Bassano, Melfi, Sibaritide, Sulmona e Venezia Orientale) possono contare su articolati e proposte ripresi pari pari da quelli presentati nella precedente legislatura. Questo fatto garantisce, regolamento delle Camere alla mano, una corsia preferenziale per arrivare almeno alla discussione parlamentare.
Le strategie utilizzate dai proponenti i Ddl spaziano poi dall’oratoria alla reiterazione, passando dalla forza del numero. Così se il senatore dell’Ulivo Piero Di Siena parla delle secolari aspirazioni dell'area del Vulture-Melfese, il senatore Paolo Scarpa Bonazza Buora (Fi) di proposte ne ha presentate ben due, ritirando poi quella che gli sembrava meno opportuna. Altri creano dei manipoli parlamentari ad hoc, come ha fatto Paolo Santulli (Fi), primo estensore di un Pdl per innalzare al rango di capoluogo Aversa, che ha ottenuto l’appoggio di 37 senatori. Stessa strategia per i 12 senatori dell’Unione che sostengono la causa di Avezzano.
C’è poi una Regione, la Sardegna, che ha fatto da sola, grazie allo statuto speciale. Nel 2001, si è inventata quattro nuove Province: Carbonia-Iglesias, Medio Campidano, Ogliastra e Olbia-Tempio. Province che hanno aspettato sino al maggio 2005 per avere le loro assemblee rappresentative. Quanto ai fondi è stato anche peggio. Appena si è trattato di redistribuire le entrate della tassazione locale, e ancor di più quando si è trattato di redistribuire i fondi che arrivano dallo Stato, la macchina amministrativa si è inceppata. Tant'è che, per risolvere la situazione, è dovuta intervenire direttamente Roma con un tavolo tecnico. Il tutto però procede con lentezza e con l’aggravante della sfiducia del governatore di centrosinistra, Renato Soru, al quale le quattro nuove «scatole vuote» non piacciono. Esiti negativi che, assieme alla constatazione che il costo di gestione delle Province è salito del 66,7% dal 2000 al 2004, raggiungendo i 16,7 miliardi di euro l’anno, potrebbe far riflettere il partito trasversale del «capoluogo a tutti i costi».