Le nuove regole di Bruxelles più severe della Bossi-Fini

da Roma

Le chiamarono detenzioni forzate: portare la permanenza degli immigrati nei centri di permanenza temporanea (Cpt) da 30 a 60 giorni, come decise la legge Bossi-Fini del governo Berlusconi del 2002, venne definito dall’allora opposizione di sinistra un atto «razzista».
E infatti non appena l’Unione andò al governo i due ministri competenti, Giuliano Amato e Paolo Ferrero, tentarono subito di modificare quella che ritenevano una norma non civile: nel progetto di legge (mai diventato legge) che portava la loro firma, fu inserita una nuova riduzione del tempo di identificazione nei Cpt. E lo mise per iscritto anche la «commissione De Mistura», incaricata dal ministro dell’Interno Amato di stendere una relazione sullo stato dei centri per immigrati: non più di 20 giorni nel campo, poi il clandestino non può più stare lì.
In realtà quei giorni servono all’identificazione di chi è entrato clandestinamente in Italia. Nessun irregolare che spera di essere arrivato nella terra promessa ha interesse a dire la verità sul suo passato: tergiversa, dà nomi (alias) sempre diversi, non rivela lo Stato di provenienza. Ma conoscere la nazionalità di un clandestino è fondamentale per rimpatriarlo, altrimenti non si può far altro che lasciarlo in libertà. L’Unione Europea sembra capire che i tempi troppo stretti per l'identificazione sono uno dei problemi della politica di contrasto all’immigrazione clandestina. Per quanto riguarda l’Italia, sono i dati a dirlo: nei primi tre mesi del 2007, secondo i dati del Viminale, sono transitati dai Cpt 1.799 clandestini, ma ne sono stati rimpatriati 729, il 40%. Sei su dieci sono rimasti in Italia. L’anno prima era andata meglio: 12.842 transiti e 7.350 espulsioni effettive, che non superavano comunque il 57% del totale. Secondo l’ultimo rapporto del Viminale sulla sicurezza, la percentuale di clandestini espulsi su quelli transitati nei Cpt era aumentata dal 2002 ed è poi crollata a partire dal 2006. «Il sistema di contrasto dell’immigrazione irregolare è di fatto ritornato a livelli di poco superiori a quelli precedenti la promulgazione della legge 40/98, la Turco-Napolitano», si legge dal dossier.
A questo si aggiunge una sentenza della Corte Costituzionale del 2004 che ha ritenuto illegittima l’espulsione immediata del clandestino senza contraddittorio e senza sentenza del giudice di pace. Anche per questo ci vuole tempo. E, con la legge attuale, dopo i 60 giorni, in assenza di sentenza, c’è la libertà.
Per quanto riguarda il reingresso dopo l’espulsione, la Bossi-Fini lo considerava un reato e prevedeva pene da uno a quattro anni per chi fosse rientrato, ma la Consulta, con un’altra sentenza, ha ritenuto anche questa norma illegittima.