Nuove risorse che chiedono più fiducia

Quattro mesi per dire a Milano (e all’Italia) che «noi ci siamo, vogliamo contare e dire la nostra perché viviamo in questo Paese e vogliamo fare qualcosa per questa città». È la parola d’ordine dei nuovi cittadini che dicono basta a delegare la rappresentanza ad altri, basta piangersi addosso e chiedere «cosa Milano possa fare per noi». Oggi, in una Milano che conta 21.000 imprese aperte da immigrati e che dimostra come l’integrazione sia nei fatti, sono sempre più determinati a far sentire la loro voce. «Ora serve una condivisone delle responsabilità all’interno di un sistema produttivo che continua a dimostrarsi affamato di manodopera straniera», parola di Otto Bitjoka, promotore degli Stati generali degli immigrati di Milano (qui a lato). E se le buone intenzioni del progetto (che si dichiara apolitico) sono elencate nei dettagli on-line, sono i dati a fotografare la realtà: la popolazione di Milano è costituita per il 14% da immigrati (308mila in tutta la provincia) e un neonato su cinque nasce da una madre con una cittadinanza extracomunitaria; il reddito pro-capite degli immigrati a Milano è di 20.613, il più alto in Italia: quasi doppio rispetto a quello di Napoli (10.570) e di Palermo (10.596). Intanto anche le condizioni di vita degli extracomunitari regolari sono migliorate. Sono impiegati soprattutto come operai (anche specializzati, edili e agricoli), addetti alla ristorazione e assistenti domiciliari.
Questi sono soltanto alcuni dei dati che rendono visibile il concetto di immigrato come risorsa sociale e come vantaggio per l’intera comunità cittadina; dati che riflettono una metropoli in trasformazione con una crescente presenza di «immigrati di seconda generazione» sempre più competitivi e pronti ad affrontare il mercato del lavoro. Di fatto il fenomeno migratorio resta complesso e necessita prima di tutto il superamento di stereotipi e pregiudizi. Anche se, dicono i diretti interessati, un atteggiamento buonista tipico di una certa cultura pietistica è «rigorosamente» vietato. m.gersony@tin.it