Il nuovismo dell’Idv: riciclare la prima Repubblica

A Montenero di Bisaccia si sbotterà più o meno così: «Non c’azzecca nulla». Figuriamoci, come si può pensare che l’Italia dei Valori non sia sinonimo di rinnovamento, quando ha un leader ormai «portavoce» del popolo web? Ma dài, cosa vuol significare che 6 parlamentari su 10 abbiano mosso i primi passi nella vecchia Dc? La stessa, guarda caso, di cui proprio l’ex Pm si occupò a lungo ai tempi di Mani pulite? E poi, a chi importa se la dirigenza è di «derivazione cattolico-democratica», visto che lui, Antonio Di Pietro, da un bel po’ carica video su Youtube, da quel dì ha il suo avatar su Second life, da chissà quando si interfaccia su Internet con un sito gestito da chi cura il blog di Beppe Grillo?
D’accordo, si sa, il molisano, sul fronte comunicazione, è rock. Ma del suo partito, che ha compiuto dieci anni, al di là che c’azzecchi o meno, che si sa? È lento o no? E chi ha formato il suo apparato? Pino Pisicchio, deputato di lungo corso e ricercatore di scienza della politica, colma una lacuna e manda in libreria il primo saggio ad hoc, Italia dei Valori. Il post-partito (Rubbettino editore). E al terzo capitolo apre con un quesito: «Un ceto dirigente centrista?». Risposta affermativa. Basta infatti fermarsi a pagina 55 per leggere innanzitutto che «anche l’Idv è debitrice di qualcosa alle grandi famiglie politiche e culturali del novecento». Un debito non di poco conto, però, se «il 57,14%» dei suoi 42 parlamentari, in larga parte con esperienze di governo locale, «proviene dall’area che potremmo definire “cattolico-democratica”».
Incredibile? No, vero. Altro che liste civiche, movimenti e società civile, rappresentati solo all’11,9% tra i banchi di Camera e Senato. Altro che ex comunisti (9,5%), per non parlare di destra missina o Lega (2,38% a testa). Altro che rappresentanti prodotti «direttamente in casa», fermi al 16,67%. Non c’è storia. Nel partito di Di Pietro, a dettare legge, si fa per dire, sono gli ex dc. Non a caso Pisicchio, anch’egli centrista, scrive che «l’attingimento» all’area «rappresenta il patrimonio identitario di quasi sei parlamentari su dieci». Una percentuale che addirittura «colloca l’Idv al secondo posto in Parlamento, dopo l’Udc, per “lombi di democristianità”, più del Pdl e Pd».
Carta canta. E l’ex presidente della Commissione Giustizia, autore di un testo analitico sul fenomeno Idv, va anche nel dettaglio. Così, risulta che «il 28,57%» dei suoi colleghi «dichiara una provenienza esplicitamente democristiana, il 23,8% richiama una militanza nel Ppi e poi nella Margherita, il 19,04% nei Democratici e l’11,9% nell’Udeur».
Al di là dei sottogruppi, la sostanza non cambia. E se da una parte si avvertono chiari i sintomi di una collettiva sindrome di Stoccolma, con gli ex democristiani nelle truppe comandate da chi contribuì alla dissoluzione della Balena bianca, dall’altra appare un po’ contraddittoria la posizione di Di Pietro. Perché da un lato affida con fiducia, agli esperti del Palazzo, la gestione dell’apparato (perlopiù ultracinquantenni, il più giovane in Aula ha già spento 41 candeline, solo 4 le donne), dall’altro si approccia via web ai giovani e al popolo di piazza Navona. Un colpo al cerchio, uno alla botte. D’altronde, non a caso l’articolo 3 dello Statuto recita la mission: l’Idv vuole essere «un po’ movimento, un po’ partito organizzato».
E così, «le istanze proposte si identificano con un universo valoriale che combacia perfettamente con gli items della borghesia piccola e media», rileva Pisicchio. Ma allo stesso tempo, l’Idv esercita il ruolo di «ponte tra la società italiana che accetta di esprimersi con la Rete e la politica». Il giocattolo, però, può pure rompersi. «L’esercizio funziona fino a che il “popolo del web”, i movimenti, non arrivano ad imporre» le proprie istanze al partito. E poi, se entrassero in gioco con proprie liste nelle prossime scadenze elettorali, «inevitabilmente» segnerebbero una «rotta di collisione». Ma questo, con gli ex dc insieme all’ex Pm, c’azzecca o no?